venerdì 4 gennaio 2008

Compagna di viaggi

Oggi nel primo pomeriggio sono andata a Omegna. Pioveva e faceva freddo ma davanti alla Collegiata di Sant'Ambrogio, la bella chiesa neoromanica dall'interno barocco, c'erano tante persone venute come me al funerale della mamma di una delle mie prime colleghe, tanti tanti anni fa quando ero precaria, al liceo linguistico, ma anche una delle amiche dell'Università della terza età
Una delle mie compagne di viaggio con cui ho fatto tanto spesso negli anni passati quelle belle gite così piacevoli e culturalmente così interessanti di un sabato o di una domenica
Io vado in chiesa ormai solo per i funerali ma anche oggi, lì dove ho assistito in un passato lontano al funerale dei miei amici del Cai, morti sotto una slavina in alta montagna in una loro normale domenica di sci fuori pista, ed in un passato ancora tanto vicino, a quello del mio ex alunno che se ne è andato a 14 anni in una fredda giornata di fine novembre, ho ascoltato con commozione, ed emozione profonda, i canti ed le parole in italiano dell' omelia funebre, accompagnati dalla musica dell'organo
E' stato bello poter sentir cantare in italiano, e capire tutte le parole, l'Osanna e gli altri canti della messa.
Ma da alcuni mesi papa Ratzinger ha dato la possibilità ai sacerdoti di svolgere la messa anche in latino
Una bella lingua, il latino, ma una lingua morta, e fredda, secondo me, che ancora ricordo recitata in chiesa tantissimi anni fa, quando ero piccolissima ed andavo alla messa della domenica con i mei genitori e mia nonna.
Questa decisione d'altronde ha creato polemiche che ancora non sono finite.
E' del 4 gennaio, da Londra, l' ultimo attacco alla messa in latino e alla "controriforma" del Papa da parte dell' arcivescovo Piero Marini, dal 1987 fino allo scorso ottobre Maestro delle Cerimonie Pontificie, che ha dovuto chiedere ospitalità al cardinale di Londra Cormac Murphy O’Connor, per il lancio del suo libro di memorie liturgiche.
Questa polemica é nata a luglio 2007, quando Benedetto XVI ha promulgato il motu proprio Summorum Pontificum, un atto di liberalità pastorale a favore di quei fedeli – circa cinquecentomila su un miliardo e 200 milioni di cattolici - che dicono di ancorare la loro spiritualità alle forme dell’ordinamento liturgico in uso prima del 1964.
Nel mondo cattolico il motu proprio non ha prodotto alcuna rivoluzione copernicana, ma chi vuol parlare di liturgia e di Concilio deve allontanarsi da Roma.
Piero Marini, universalmente riconosciuto come uno dei traduttori più fedeli del dettato conciliare in materia di riti, è sempre stato considerato un collaboratore tra i più solerti, discreti e apprezzati di Giovanni Paolo II.
“A challenging reform: Realizing the Vision of the Liturgical Renewal” (Una riforma difficile: l’attuazione della visione del rinnovamento liturgico), è il saggio che ha presentato a Londra il 14 dicembre scorso, che ripercorre gli anni del Concilio Vaticano II e quelli immediatamente successivi, quando si realizzò il passaggio dalla messa tridentina, in latino, a quella odierna nelle lingue vernacolari, le oltre 1500 lingue oggi usate nella liturgia cattolica per condividere la Parola e celebrare l’Eucaristia.
La riflessione di Marini copre il periodo che va dal 1963, anno dell'approvazione della Sacrosanctum Concilium, alla fine dell’80.
Un periodo ricordato per il contrasto tra l'apposito Consilium istituito da Paolo VI per diffondere e spiegare la riforma, e la resistenza accanita degli uffici della Curia, che non ha mai perdonato a Papa Montini, al padre della riforma liturgica Annibale Bugnini ed ai suoi, di aver abolito la «liturgia della cappella papale», un tripudio di uniformi, manti e troni barocchi, prescrivendo anche per il Papa in San Pietro, la liturgia episcopale celebrata da ogni vescovo nella sua diocesi.
Paolo VI aveva pensato e delegato al Consilium, un organismo atipico, attento alle esigenze delle Conferenze episcopali nazionali ed estraneo alle logiche dei dicasteri vaticani, guidato da Bugnini e di cui Marini fu segretario personale, il compito di vegliare perché lo spirito della liturgia latina venisse correttamente tradotto nelle lingue moderne.
Era stato Giovanni XXIII, il padre del Concilio Vaticano II, a prescrivere che la grande assise ecclesiale guardasse alla Chiesa «come a un giardino da coltivare e non come a un museo da custodire».
«La riforma liturgica», ha detto monsignor Marini «non era intesa o applicata solo come riforma di alcuni riti. Era la base e l'ispirazione degli obiettivi per cui il Concilio era stato convocato. L'obiettivo della liturgia non era altro che l'obiettivo della Chiesa e il futuro della liturgia è il futuro della Chiesa». Affermazioni condivise, secondo il «National Catholic Report», dai presenti nei saloni di Westminster, davanti al cardinale O’Connor e a un drappello di dignitari vaticani, tra cui il nunzio in Gran Bretagna, l'arcivescovo Faustino Sainz Munoz.
Ma la presenza del porporato e del nunzio hanno infastidito a Roma quelli che nella presentazione di un libro di storia liturgica vedono «una campagna contro il Papa».
Da qualche mese alcuni siti (in particolare, Petrus e il blog di Papa Ratzinger) hanno sostituito quegli anonimi «cultori della verità» che hanno costellato gli anni del pontificato di Giovanni Paolo II con pamphlet più o meno curiosi.
Sono talmente "cattolici" da sentirsi autorizzati a fare lezione al Papa: «Benedetto XVI non ha bisogno di fare teatro perché le sue parole forti composte e tenere arrivano direttamente al cuore; non serve essere teatrali per farsi amare e seguire. Giovanni Paolo II passerà alla storia come il Papa dello spettacolo, del samba ballato con i giovani, delle messe che sembravano più degli show che delle vere messe e su tutto questo è pesato senza dubbio il personaggio di monsignor Piero Marini».
E, sempre più infervorati dal ruolo di precettori del cattolicesimo universale dichiarano: «Sospendiamo, per carità cristiana, ogni giudizio sulle stravaganti liturgie che ha portato in scena quando era Maestro delle cerimonie di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Ma non possiamo tacere sulla vergognosa, ributtante ed offensiva conferenza stampa inglese durante la quale, presentando un suo libro, ha denunciato il presunto ostruzionismo della Curia romana nell’attuazione del Concilio».
Commentano su www.korazym, sito dei papaboys, i ragazzi che dopo le messe di Papa Wojtyla continuano a partecipare a quelle di Benedetto XVI: «Storia ironica di un pontificato, eletto sempre più a vessillo da chi all'apertura fiduciosa preferisce gli spazi angusti della conservazione».
«Giuda!», è stata la risposta dei monopolisti del cattolicesimo ratzingeriano
Ho riportato quasi per intero un interessante articolo letto su la Stampa xché da mesi mi sto chiedendo dove stia andando il Vaticano e perchè e questo articolo mi ha dato una piccola mano a capire meglio la situazione attuale
In un mondo sempre più materialista e consumistico la Chiesa di Roma si sta allontanando dai giovani, ma anche dai meno giovani, con scelte e con interventi " retrogradi" che ci riportano indietro nel passato, un passato molto conservatore e molto ristretto, che secondo me non serve di certo ad aiutare né i giovani ed né quei valori mancanti e perduti, come l'incapacità di discernere il bene dal male, il giusto dall'ingiusto...

4 commenti:

Franca ha detto...

Ma la messa non dovrebbe essere "comunione" e "condivisione"?
E come sarà possibile condividere e sentirsi in comunione ascoltando una lingua che non si capisce?

Anonimo ha detto...

Ho trovato che alcuni autori, Vittorino Andreoli e Sartarelli ribadiscono che c'è nei giovani un gran bisogno di fede, che non trova accoglienza, purtroppo. e la droga spesso trova spazio proprio come surrogato di un bisogno di trascendente, di onnipotente. Mah. ciao Erica e Buon Anno. silvia

ericablogger ha detto...

buon anno a te
sono tanti quelli che dicono che i giovani hanno bisogno di credere ma purtroppo finiscono nel giro della droga o peggio xchè c'è una parte della chiesa che li allontana , ahimé

giulia ha detto...

Ratzinger crea distanza...e questo il suo messaggio pastorale... Gerarchia e distanza. Io ero credente cattolica, da tempo non slo sono più. Questo non vuol dire che non abbia una mia religiosità, ma nelle chiese non riesco a riconoscermi, Giulia