venerdì 27 dicembre 2013

Cristian è libero

Dopo due mesi di prigione in Russia e più di un mese di libertà su cauzione trascorsa a San Pietroburgo finalmente Cristian potrà tornare a casa! Mio figlio sarà presto libero, e saranno liberi anche gli altri 27 attivisti di Greenpeace e i due giornalisti freelance arrestati in seguito ad un’azione di protesta contro la compagnia Gazprom per la difesa dell'Artico. Il Parlamento russo ha votato l’amnistia anche per il reato di cui erano accusati: il vandalismo.
Voglio ringraziare ancora una volta tutti i firmatari della petizione, donne e uomini liberi che hanno contribuito con il loro sostegno a tenere alta l’attenzione sul destino di mio figlio e dei suoi compagni. Giovani carichi di ideali che mai avrebbero dovuto finire in prigione, accusati di reati assurdi e gravissimi.
Non ho sentito mio figlio per settimane. L’angoscia, la lontananza e il timore che questa storia potesse prolungarsi ed essere dimenticata hanno accompagnato le nostre giornate.
Cristian è solo colpevole di pacifismo, e così tutti gli Arctic 30. Purtroppo però non c'è nessuna amnistia per l'artico che possa proteggere questo fragile ecosistema dalle trivellazioni petrolifere.
Grazie a tutti i firmatari che tanto hanno fatto per riportare a casa Cristian. Crediamo in lui e non vediamo l’ora di riabbracciarlo.
Raffaela Ruggiero 
Questa è la lettera che la signora Ruggiero ha inviato a tutti coloro che hanno firmato, su invito di Greenpeace,  la richiesta di scarcerazione di suo figlio e degli altri attivisti imprigionati in Russia 
Una buona notizia con la speranza che anche l'Artico possa essere salvato dagli interessi economici e dalle speculazioni delle Nazioni confinanti

martedì 24 dicembre 2013

giovedì 12 dicembre 2013

Il Diario di Malala

«Malala» significa «addolorata». Lo  pseudonimo che Malala Yousafzai aveva scelto per il suo diario era Gul Makai  Ma Malala era anche una guerriera pashtun del XIX secolo, una Giovanna D'Arco afghana che ispirò il popolo a combattere fino alla morte contro britannici e indiani «anziché vivere una vita nella vergogna». Stessi valori ma dedicati a fini diversi dai talebani, in maggioranza di etnia pashtun.

Sabato 3 gennaio: “Ho paura”
Ho fatto un sogno terribile ieri, con gli elicotteri militari e i talebani.  Faccio questi incubi dall’inizio dell’operazione dell’esercito a Swat. Mia madre mi ha preparato la colazione, e sono andata a scuola. Avevo paura di andare perché i talebani hanno emanato un editto che proibisce a tutte le ragazze di frequentare la scuola.
Solo 11 compagne su 27 sono venute in classe. Il numero è diminuito a causa dell’editto dei talebani. Per la stessa ragione, le mie tre amiche sono partite per Peshawar, Lahore e Rawalpindi con le famiglie.
Mentre tornavo a casa, ho sentito un uomo che diceva “Ti ucciderò”. Ho affrettato il passo, guardandomi alle spalle per vedere se mi seguiva. Ma con grande sollievo mi sono resa conto che parlava al cellulare. Minacciava qualcun altro.

Domenica 4 gennaio: “Devo andare a scuola”
Oggi è vacanza, e mi sono svegliata tardi, alle 10 circa. Ho sentito mio padre che parlava di altri tre cadaveri trovati a Green Chowk (al valico). Mi sono sentita male sentendo questa notizia. Prima del lancio dell’operazione militare, andavamo spesso a Marghazar, Fiza Ghat e Kanju per il picnic della domenica. Ma ora la situazione è tale che da un anno e mezzo non facciamo più un picnic.
Andavamo sempre anche a passeggiare dopo cena, ma adesso torniamo a casa prima del tramonto. Oggi ho aiutato un po’ in casa, ho fatto i compiti e ho giocato con mio fratello. Ma il mio cuore batteva forte — perché devo andare a scuola domani.
 
Lunedì 5 gennaio: “Non indossare vestiti colorati”
Mi stavo preparando per la scuola e stavo per indossare la divisa, quando mi sono ricordata di ciò che il preside ci ha detto: “Non indossate le divise, e venite a scuola in abiti normali”. Perciò ho deciso di mettermi il mio vestito rosa preferito. Anche altre ragazze indossavano abiti colorati, per cui c’era un clima molto casalingo in classe.
Una mia amica è venuta a chiedermi: “Dio mio, dimmi la verità, la nostra scuola sarà attaccata dai talebani?”. Durante l’assemblea del mattino, ci è stato detto di non indossare più vestiti colorati, perché i talebani sono contrari.
Dopo pranzo, a casa, ho studiato ancora un po’, e poi la sera ho acceso la tv. Ho sentito che a Shakarda viene rimosso il coprifuoco che era stato imposto 15 giorni fa. Sono contenta perché la nostra insegnante di inglese vive nella zona e adesso forse riuscirà a venire a scuola.
 
Mercoledì 7 gennaio: “Né spari né paura”
Sono stata a Bunair in vacanza per Muharram (una festività musulmana). Adoro Bunair per via delle sue montagne e dei suoi rigogliosi campi verdi. La mia Swat è anch’essa molto bella, ma non c’è pace. Ma a Bunair c’è pace e tranquillità. Non ci sono spari né paura. Siamo molto felici.
Oggi sono stata al mausoleo di Pir Baba e c’era tanta gente, loro erano lì per pregare, noi per un’escursione. C’erano negozi che vendevano bracciali, orecchini e bigiotteria. Ho pensato di comprare qualcosa, ma niente mi ha colpito particolarmente, mentre mia madre ha comprato degli orecchini e dei bracciali.
 
Mercoledì 14 gennaio: “Potrebbe essere l’ultima volta che vado a scuola”
Ero di cattivo umore sulla strada della scuola, perché le vacanze invernali cominciano domani. Il preside ha annunciato quando iniziano le vacanze, ma non ha detto quando la scuola riaprirà. E’ la prima volta che succede.
In passato, la data di riapertura veniva sempre annunciata chiaramente. Il preside non ci ha detto perché non l’abbia fatto, stavolta, ma io credo che  i talebani abbiano annunciato che l’editto contro l’istruzione femminile entrerà in vigore ufficialmente a partire dal 15 gennaio.
Stavolta le ragazze non sono così entusiaste di andare in vacanza, perché sanno che, se i talebani applicano l’editto, non potremo mai più andare a scuola. Alcune compagne erano ottimiste e dicevano che certamente la scuola riaprirà a febbraio, ma altre mi hanno confidato che i genitori hanno deciso di lasciare Swat e di trasferirsi in altre città per il bene della loro istruzione.
Visto che oggi era l’ultimo giorno di scuola, abbiamo deciso di giocare nel cortile un po’ più a lungo. Io credo che la scuola un giorno riaprirà, ma mentre tornavo a casa ho guardato l’edificio pensando che potrei non tornarci mai più.
 
Giovedì 15 gennaio: “Il suono dell’artiglieria riempie la notte”
Il rumore del fuoco dell’artiglieria riempiva la notte, e mi ha svegliata tre volte. Ma dal momento che non c’è scuola, mi sono alzata più tardi, alle 10 del mattino. Poi è venuta a casa la mia amica e abbiamo parlato dei compiti.
Oggi è il 15 gennaio, è l’ultimo giorno prima che entri in vigore l’editto talebano, e la mia amica continuava a parlare dei compiti, come se non stesse accadendo niente al di fuori dell’ordinario.
Oggi ho anche letto il diario che ho scritto per la BBC (in urdu) e che è stato pubblicato sul giornale. A mia madre piace il mio pseudonimo “Gul Makai”, e ha detto a mio padre “perché non cambiamo il suo nome e la chiamiamo Gul Makai?” Anche a me piace perché il mio vero nome vuol dire “addolorata”.
Mio padre dice che alcuni giorni fa qualcuno gli ha mostrato una copia di questo diario dicendo quanto sia fantastico. Papà ha sorriso, ma non poteva nemmeno dire che l’autrice è sua figlia.

Malala Yousafzai

 
  Malala Yousafzai a qattordici anni   sfidò i talebani, che successivamente  le spararono fuori dalla scuola
La giovane studentessa pachistana aveva in precedenza scritto un diario sulla sua vita nella provincia di Swat, al confine con l’Afghanistan,controllata dagli estremisti, ed era diventata un simbolo
In quella zona, dal 2003 al 2009 i talebani avevano preso il controllo   e vietato l’istruzione femminile, distruggendo centinaia di scuole. Nel luglio 2009, dopo furiosi combattimenti, l’esercito li  aveva sconfitti, e da allora il governo aveva incoraggiato i turisti a tornare a visitare quella che, una volta, era una popolare destinazione sciistica. 
Ma il tentativo di uccidere Malala fece capire quanto pericolo ci fosse ancora per le donne e per la loro istruzione
Un uomo barbuto  sparò alla ragazzina all’uscita della scuola, colpendola alla testa 
 Poco dopo arrivò la rivendicazione dei talebani pachistani: "L’abbiamo attaccata perché diffondeva idee laiche fra i giovani e faceva propaganda contro di noi. Oltretutto, considerava Obama il suo idolo».
 Il premier pachistano Raja Pervez Ashraf  mandò un elicottero per trasferire Malala in ospedale. Si infuriarono gli opinionisti pachistani e rimasero sotto choc molti cittadini, nel  Paese che pure è tristemente abituato alla violenza.
Malala   non era una ragazzina qualunque. Era la studentessa più nota del Pakistan   Prima di sparare, pare che l’assalitore avesse chiesto: «Dov’è Malala?». La ragazzina era vista come un pericolo dai talebani  per  la sua età, perché rappresentava le nuove generazioni. Pur non sapendo cosa fare da grande credeva che l’istruzione fosse un suo diritto. Pur non negando di avere paura, la sua voglia di studiare si era rivelata più forte. Mentre a Swat i talebani decapitavano la gente per «comportamenti anti-islamici», lei continuava ad andare a scuola e, nel 2009, a undici anni, aveva scritto un diario online per la Bbc raccontando sotto pseudonimo la sua vita di studentessa.   Era un diario in urdu, stampato anche su un giornale locale, accessibile a chi non sa l’inglese, per dare coraggio ad altre bambine e alle loro famiglie. 
Quando i talebani furono sconfitti a Swat, Malala fece ciò che molti adulti non hanno avuto  il coraggio di fare: li   criticò pubblicamente in tv. Ricevette molte minacce e sperimentato le conseguenze dell'attivismo, ma   difese l'importanza dell'istruzione: «Dateci delle penne oppure i terroristi metteranno in mano alla mia generazione le armi».
Perciò l'attacco contro di lei è stato un avvertimento a tutti coloro che lavorano per le donne e le ragazze. Ed un monito alle famiglie divise tra l'attrattiva delle libertà occidentali e il rispetto delle tradizioni locali. «Dopo l'operazione dell'esercito la situazione è tornata alla normalità - aveva detto Malala -. Speriamo che ricostruiscano le scuole al più presto. Ora tutti sono liberi di studiare e le ragazze non hanno paura dei talebani».

L’invasione dei “Forconi”

I sintomi della rivolta eversiva sono piuttosto evidenti (i blocchi, il tentativo di “fermare” tutto il Paese, i comportamenti e gliatteggiamenti violenti, ecc.) così come è sintomatico il rapido allineamento col movimento, da parte di forze dichiaratamente di destra e alcune, decisamente
fasciste.
Diciamo no ad ogni tipo di violenza diffusa e di sopruso, organizzato, sui diritti altrui; e soprattutto diciamo no a quelle forme di protesta e di “rivolta” che finiscono per avvicinarsi troppo a quel colore nero che non vogliamo più vedere nella nostra Italia e in nessun Paese.
Diciamo sì, invece, a quei governi che finalmente si decidano a mettere in campo tutte le risorse e tutte le misure possibili per risolvere la gravissima situazione economica e sociale in cui versa il Paese
Il movimento dei “forconi” è tornato nelle strade e nelle piazze d’Italia, ancora più deciso edagguerrito. In sé, potrebbe apparire una delle tante manifestazioni di protesta; ma c’è qualcosa di più, su cui occorre riflettere. Da mesi sto scrivendo e dicendo che bisogna fare attenzione e adottare provvedimenti seri contro l’emergenza sociale e la crisi, anche per evitare che la protesta si trasformi in forme esasperate e pericolose. Ed ho scritto più volte che, nelle grandi crisi, c’è sempre il grande pericolo dello sbocco a destra.
Ma la situazione è peggiorata e l’indignazione dei singoli si è trasformata spesso in manifestazioni al limite dell’esasperazione. Finora non è accaduto nulla di veramente preoccupante, anche se chiunque abbia buon senso non può restare indifferente di fronte alla grave situazione del Paese, con tutti gli effetti che ne derivano, per i singoli e per le categoria.
In questo caso, però, sembra che si stia andando ancora più in là; e i sintomi della rivolta eversiva sono piuttosto evidenti (i blocchi, il tentativo di “fermare” tutto il Paese, i comportamenti e gli atteggiamenti violenti, ecc.) così come è sintomatico il rapido allineamento col movimento, da parte di forze dichiaratamente di destra e alcune, decisamente fasciste.
E’ vero che alcuni dei promotori sembrano rifiutare certe logiche e certe alleanze; ma lo stesso proposito di bloccare tutto il Paese per “mandare tutti a casa” costituisce, di per sé, un sintomo davvero allarmante. Tanto più che la violenza, insita in queste forme esasperate di protesta, si manifesta talora in modo inconcepibile, come è avvenuto a Torino ed altrove.
Quando la “protesta” degenera, bisogna porre un limite alla tolleranza; e lo Stato deve garantire, così come la libertà di manifestazione del pensiero, anche la libertà di circolazione.
In più, mi ha molto colpito ciò che è accaduto a Torino, dove – nonostante le smentite ufficiali – giornalisti accreditati confermano che alcuni agenti di polizia avrebbero solidarizzato con i manifestanti, togliendosi l’elmetto. Se ciò fosse vero, il fatto apparirebbe veramente intollerabile, perché il dovere di chi rappresenta lo Stato è di essere giusto e non esercitare violenze preventive, ma anche di non aderire a comportamenti violenti, di vera e propria rivolta. Lo Stato, in qualunque sua componente deve essere imparziale e occuparsi dei diritti di tutti i cittadini, nello stesso modo.
Altrimenti, dove andremmo a finire? Si può, dunque, comprendere tutto, anche l’indignazione e la protesta di chi lotta per il suo lavoro, la sua famiglia, la sua piccola impresa; ma non cessando di garantire la sicurezza, la tranquillità ed i diritti di tutti e non assumendo atteggiamenti benevoli nei confronti di chi sembra rievocare il fantasma dell’Abbasso tutti, di qualunquistica memoria.
Ho visto anche un comunicato stampa del Comitato provinciale dell’ANPI di Torino che, oltre ai blocchi che si sono verificati nei giorni scorsi, denuncia anche carenze e addirittura assenze delle forze dell’ordine.
E’ necessario che anche su questi aspetti e sulle eventuali responsabilità, il Ministero degli interni faccia i necessari accertamenti, anche per evitare che situazioni e fatti del genere, possano ancora verificarsi in futuro.
Insomma e per concludere, diciamo no ad ogni tipo di violenza diffusa e di sopruso, organizzato, sui diritti altrui; e soprattutto diciamo no a quelle forme di protesta e di “rivolta” che finiscono per avvicinarsi troppo a quel colore nero che non vogliamo più vedere nella nostra Italia e in nessun Paese.
Diciamo sì, invece, a quei governi che finalmente si decidano a mettere in campo tutte le risorse e tutte le misure possibili per risolvere la gravissima situazione economica e sociale in cui versa il Paese.

Dalla news-letter dell’ANPI n 100

martedì 10 dicembre 2013

United Nations Human Rights Prize

Sono stati annunciati i vincitori del riconoscimento conferito dalle Nazioni Unite a chi si è distinto nella difesa dei diritti umani , lo United Nations Human Rights Prize. Questi i prescelti: Biram Dah Abeid, Hiljmnijeta Apuk, Liisa Kauppinen, Khadija Ryadi, la Corte Suprema messicana e Malala Yousafzai.
Il premio è stato istituito nel 1966  e conferito per la prima volta il 10 dicembre 1968, in occasione del 20esimo anniversario della Dicharazione universale dei diritti umani, proclamato poi "Giornata internazionale dei diritti umani". Le successive premiazioni sono avvenute a intervalli di cinque anni, e tra i vincitori del passato spiccano Amnesty International, Jimmy Carter, Martin Luther King, Nelson Mandela ed Eleanor Roosevelt. 
La cerimonia per la consegna del premio si è tenuta oggi martedì 10 dicembre nel quartier generale dell'Onu a New York -- nella giornata dei diritti umani ( Human Rights Day)
 
Malala Yousafzai è diventata  un simbolo per i diritti delle giovani donne di tutto il mondo.  Attivista per l'istruzione e i diritti delle donne, dopo essere sopravvissuta al tentato assassinio nell'ottobre 2012, Malala ha dimostrato ancora più coraggio e impegno, riprendendosi e continuando a parlare a nome dei diritti delle ragazze e delle donne del globo.

lunedì 9 dicembre 2013

Maria Novella Oppo

 " Gli insulti pesantissimi a Maria Novella Oppo, la giornalista dell’Unità linciata mediaticamente dai fan di Beppe Grillo dopo che quest’ultimo ne aveva pubblicato la foto sui propri blog e profilo Facebook, additandola a nemica del Movimento, sono diventati il canovaccio di un filmato di solidarietà alla cronista che sta spopolando in rete. 
Una decina di giornalisti sono stati ripresi mentre, senza alcun commento, leggono le aggressioni verbali, molto spesso a sfondo sessista, rivolte alla Oppo. Ne citiamo le più morbide: «Che racchia. Pure raccomandata e sostenuta dai fondi pubblici. Sedia elettrica subito!», scrive Tiziano Caliendo. «E’ più bella che intelligente», gli fa eco Gianluca Castaldini copiando una vecchia battuta di Berlusconi su Rosi Bindi, preso a modello anche da un altro commentatore che la definisce con la stessa formula irripetibile usata dal cavaliere per la cancelliera Angela Merkel. 
«Abbiamo stampato 40 pagine di insulti, fra i circa tremila che erano stati postati sul blog di Grillo e la sua pagina Facebook – spiega Stefano Aurighi, autore del video insieme a Davide Lombardi e Paolo Tomassone, che insieme formano le Officine Tolau -. Poi, via Facebook, abbiamo lanciato un appello ai giornalisti e abbiamo chiesto loro di leggerli davanti alla telecamera, perché ci sembrava una risposta adatta alla gravità di quanto era successo, e stamattina abbiamo messo online il filmato».  "da La Stampa To
Trovo veramente vergognoso che si prenda di mira una persona e che la si riempia di insulti e minacce via web
Avere opinioni differenti è una cosa , usare metodi fascisti è un altro
Quando si tornerà anche all'olio di ricino ed alle bastonate ?

Vitaly Klitschko

" Un milione di persone sono scese in piazza a Kiev ieri, in una nuova sfida  a Viktor Yanukovich. Scaduti i due giorni di ultimatum che l’opposizione ucraina aveva lasciato al potere per indire nuove elezioni, il Maidan Nezalezhnosti ieri si è riempito, ed anche espanso: i manifestanti stanno accerchiando con barricate il quartiere governativo di fronte alla piazza, promettendo un assedio a oltranza. 
Un gruppo nazionalista ha compiuto il gesto simbolico di rovesciare e fare a pezzi la statua di Lenin sul boulevard Shevchenko. E la figlia di Yulia Timoshenko, Evghenia, ha letto dal palco il piano d’azione proposto da sua madre dal carcere: «Restare in piazza fino alle dimissioni di Yanukovich, un accordo di associazione con l’Ue con lui non è possibile». La residenza del capo di Stato fuori dalla capitale ieri è stata circondata dalla polizia, dopo che i manifestanti hanno promesso di portare l’assedio anche laggiù, se non verrà licenziato il governo e arrestato il ministro dell’Interno, responsabile del violento sgombero di 10 giorni fa. 
L’iniziativa sembra ormai passata alla piazza, visitata in questi giorni  dalle star del rock agli emissari delle diplomazie europee   all’ex presidente georgiano Mikhail Saakashvili che ha commosso la folla parlando, memore degli studi a Kiev, in ucraino. 
Yanukovich sta cercando un compromesso difficile. Due giorni fa ha avuto un incontro-lampo con Vladimir Putin, e ieri, dopo un’ennesima telefonata con il presidente della Commissione Ue José Manuel Barroso, Bruxelles ha annunciato l’invio a Kiev dell’Alta rappresentante per la politica estera dei 28, Catherine Ashton, per una mediazione. Barroso ha ripetuto che l’Ue è pronta a firmare l’accordo di associazione con Kiev, ma uno dei mediatori europei, l’ex presidente polacco Alexandr Kwasniewski, ieri ha criticato Bruxelles per aver sottovalutato l’aggressività di Putin e non essere venuta incontro a Yanukovich. Intanto Yanukovich ha promesso a Barroso che la soluzione va cercata «solo nel dialogo». Ormai è evidente che la piazza non si svuoterà, anche perché i suoi leader si rendono conto che è lì che si decide il loro futuro.
Soprattutto quello di Vitaly Klitschko, che ieri ha piantato i paletti della tendopoli sul Maidan. Timoshenko è in carcere e il leader della sua Batkivshina Arseny Yatseniuk in carisma non può competere con il campione mondiale dei pesi massimi che con i suoi 2,01 metri e la faccia da supereroe affronta le teste di cuoio. A 42 anni Klitschko, insieme al fratello Vladimir, è la gloria nazionale: 45 vittorie su 47 incontri di cui 41 con ko.  " da La Stampa To
   Klitschko ha ottenuto il 14% del Parlamento con il suo Udar (Movimento democratico ucraino per le riforme e nel triumvirato dei leader del Maidan si pone al centro, più sociale di Batkivshina e più moderato dei nazionalisti di Svoboda. Attualmente ha uno stabile 20% e  gode di consensi anche nell’Est ucraino, il feudo di Yanukovich tradizionalmente filorusso.
Il pugile non è un nazionalista, ma la storia della sua famiglia riassume tutte le tragedie ucraine: il nonno paterno fu mandato al confino, la nonna ebrea si è salvata nascondendosi per anni nella cantina di casa, gli altri familiari sono morti nell’Olocausto, nell’Holodomor, la carestia degli Anni 30 organizzata da Stalin, e nelle repressioni dei contadini degli Anni 20.  Risiede da anni in Germania e in Ucraina fa soltanto tanta beneficenza per aiutare asili e scuole. e campagne contro la corruzione   

Joachim Gauck

" Il presidente della Repubblica tedesco, Joachim Gauck, non andrà alle Olimpiadi invernali di Sochi, a febbraio dell’anno prossimo. Ex pastore luterano originario del Meclemburgo, il presidente tedesco è cresciuto nella Germania est in una famiglia anticomunista – il padre è stato rinchiuso per anni in un gulag in Siberia - ed stato per decenni spiato dalla Stasi; nei giorni caldi della rivoluzione dell’89 che portò alla caduta del Muro di Berlino, partecipò attivamente all’opposizione al regime di Honecker.
Markus Loning, responsabile per i diritti umani del governo tedesco, ha elogiato la sua decisione: «un gesto meraviglioso in supporto a tutti i cittadini russi che si battono per la libertà di opinione, per la democrazia e i diritti umani».
Gli ha fatto eco Claudia Roth, dei Verdi, che ha parlato di una «posizione forte» e di un «segnale incoraggiante».  "
Non tutti seguono le sirene di Putin e dei suoi scambi commerciali ed economici , per fortuna
Io non seguirò i giochi invernali in Russia per solidarietà nei confronti delle persone imprigionate o perseguitate in Russia per le loro scelte politiche o sessuali

venerdì 6 dicembre 2013

Il mestiere più vecchio del mondo

Gli antichi Romani dicevano O Tempore O Mores !
Non solo allora ma fin dai tempi antichi il meretricio era già di moda ed era motivo di discussioni di denuncia e di condanna, anche se poi molto spesso i moralisti del momento usavano andare, pure loro, a pagamento, con le " donnine allegre "
In Italia negli anni cinquanta del '900 la senatrice Merlin fece chiudere con una legge parlamentare le case chiuse, e fu così che noi che eravamo nati / nate  nel frattempo passammo il resto della vita a vedere quelle povere sfortunate donne di strada fare il loro mestiere lungo i bordi delle vie, al freddo, ma con un fuocherello acceso lì accanto, di notte e di giorno !
Povere disgraziate, abbiamo sempre pensato
Sfruttate maltrattate e usate fino allo sfinimento da protettori senza scrupoli e senza pietà, specialmente le africane e le giovanissime dell'Est Europa
Ma il mercato non ha mai sofferto nessuna crisi, grazie a tutti quegli  uomini che sono sempre stati, e sempre saranno, disponibili a passare del tempo a pagamento in loro compagnia ... e ne abusano senza mai porsi problema alcuno Pure loro
 
La riforma sanitaria del presidente Obama invece, che negli Usa ha trovato  un gruppo di entusiaste sostenitrici ,le prostitute legali delle case di tolleranza  del Nevada, ha scatenato subito la   propaganda feroce dei Repubblicani contro la legge  
Ma le opinioni delle prostitute, raccolte dalla televisione Cbs, che è andata a sentirle nel famoso  Moonlight Bunny Ranch, uno dei più noti bordelli legali del Nevada, sono motivo di riflessione seria
Taylor Lee ha spiegato che «facendo questa professione, non ci offrono esattamente le polizze sanitarie di gruppo».   In effetti le compagnie assicurative si tengono ben alla larga dal settore. Il problema, però, è che anche le prostitute sono esseri umani, con corpi che si ammalano: «E’ dura - ha denunciato Taylor - perché io ho una patologia preesistente, e quindi tutti mi rifiutano. Perciò sostengo davvero Obamacare, e sono molto contenta che sia in vigore». 

In Francia c'è stato il Primo sì del Parlamento  d'Oltralpe al disegno di legge sulla prostituzione: le proteste di piazza delle lucciole e l’opposizione di una parte dell’opinione pubblica, a destra come a sinistra, di uomini e di donne, senza distinzioni , non hanno convinto i deputati che, 268 contro 138, hanno approvato il testo che vuole sradicare il fenomeno del sesso a pagamento, penalizzando i clienti con multe a partire da 1.500 euro.  La bozza di legge, promossa dal partito socialista con il sostegno convinto del ministro per i Diritti delle donne, Najat Vallaud-Belkacem, passerà all’esame del Senato ad inizio 2014.
Alla Camera tutti i partiti hanno lasciato libertà di voto ai propri deputati: i socialisti e il Fronte di sinistra hanno votato in maggioranza a favore, contro si sono schierati soprattutto radicali e Verdi, mentre il fronte del centro-destra con l’Ump (Unione per un movimento popolare) e Udi (Unione dei democratici e indipendenti) sono risultati divisi.
Oltre alle multe per i clienti, il disegno di legge prevede l’istituzione di un fondo per proteggere le vittime della prostituzione. Una parte importante della legge è  quella dedicata alle prostitute straniere che si impegnano ad abbandonare l’attività in cambio di un permesso di soggiorno di sei mesi.   Fino ad ora in Francia il sesso a pagamento era legale ma ne era vietato lo sfruttamento e la prostituzione minorile, così come l' "adescamento passivo "  ( legge di Nicolas Sarkozy - 2003 ). In caso di approvazione anche da parte del Senato, Parigi si allineerà alla Svezia e alla Norvegia, paesi all’avanguardia nella lotta alla prostituzione.
Ma questa  proposta di legge ha innescato un acceso dibattito in Francia  e le prostitute sono scese sul piede di guerra per la paura di perdere  clienti, dopo  il provvedimento, ed hanno puntato  il dito anche contro l’ulteriore precarizzazione delle loro condizioni di lavoro. «Siamo unanimi nel ritenere che la criminalizzazione dei clienti non farà sparire la prostituzione ma accentuerà l’insicurezza delle prostitute costringendole ulteriormente alla clandestinità», ha commentato un collettivo di associazioni contrarie alla normativa.
A fianco delle lucciole si sono schierati i firmatari del manifesto dei «343 bastardi» che, contro la penalizzazione dei clienti, all’inizio di novembre avevano rivendicano il diritto al sesso a pagamento tra adulti consenzienti.
Tra  loro vi sono pure esponenti del mondo della cultura e dei media, come il giornalista Frederic Beigbeder, il regista teatrale Nicolas Bedos e Richard Malka, avvocato di Dominique Strauss-Kahn. La petizione richiamava alla memoria il «manifesto delle 343 puttane» pubblicato nel 1971 sul Nouvel Observateur, con il quale le firmatarie ammettevano di aver avuto un aborto, esponendosi così alle conseguenze penali.
Quella presa di posizione contribuì notevolmente all’apertura di un dibattito pubblico sull’aborto, allora illegale, che si concretizzò nella legge Simone Veil del 1974, che rese possibile l’interruzione di gravidanza.
E' altrettanto forte invece il sostegno alla legge da parte delle femministe, come Anne Zelensky che a novembre  si era scagliata contro il nuovo manifesto dei bastardi, puntando il dito contro «il perverso gioco di prestigio dove la libertà è messa al servizio della difesa di una schiavitù di fatto».
 Con l’approvazione alla Camera, le associazioni contro il sesso a pagamento hanno salutato la «svolta storica», auspicando un’identica presa di posizione contro la «violenza prostituzionale» anche da parte del Senato.

E noi, che facciamo in Italia ? Continueremo ancora, nei secoli dei secoli a venire , a vedere quelle povere disgraziate lungo i bordi delle strade a contrattare il prezzo di una prestazione con i clienti delle auto ? 
Il Parlamento italiano è impegolato in ben altre beghe in questo periodo , dal Porcellum al Mattarellum, dalla disoccupazione in eccesso alle tasse sulla prima casa - la paghiamo, non la paghiamo, la pagheremo o non la pagheremo , questo è il dilemma - , da Renzi Berlusconi e Grillo che piantano casino ad oltranza a .... vattelapesca !
Ma i Parlamentariattuali  hanno pensato mai al mestiere più antico del mondo e alla difesa e protezione delle donne che lo praticano ? Creeranno pure loro prima o poi una nuova legge che colpisca i clienti e li induca a ridurre il mercato del sesso a pagamento ?

Nelson Rolihlahla Mandela

Nelson Rolihlahla Mandela 
 Madiba  nome all'interno del clan di appartenenza,  etnia Xhosa
Mvezo, 18 luglio 1918 – Johannesburg, 5 dicembre 2013
premio Nobel per la pace nel 1993 insieme al suo predecessore Frederik Willem de Klerk
 
"Il Sudafrica  e il mondo intero piangono Mandela,  un’icona del Novecento per la sua lotta contro l’apartheid. I funerali solenni si celebreranno domenica 15 dicembre a Qunu, il villaggio della sua famiglia. Il 10 è fissata la commemorazione nazionale nello stadio di calcio di Johannesburg.
I familiari si sono già riuniti per la prima cerimonia tradizionale, chiamata “chiusura degli occhi”, durante la quale hanno “parlato” con Mandela, così come con i suoi antenati, per spiegare loro cosa avviene in ogni fase di passaggio dalla vita all’aldilà. Dopo questa cerimonia, il corpo dell’ex presidente sudafricano è stato trasferito nell’obitorio di un ospedale militare di Pretoria. 
Tra il sesto e l’ottavo giorno dopo la sua morte, il corpo di Mandela sarà esposto per tre giorni nella sede del governo a Pretoria, lo stesso dove il 10 maggio  1994 giurò da primo presidente del Sudafrica del post-apartheid. Il primo giorno potranno rendergli omaggio leader e personalità, mentre nei due giorni successivi si metteranno in fila i comuni cittadini. Nel nono giorno dopo la sua morte, venerdì prossimo, un aereo militare con a bordo la salma di Mandela decollerà alla volta di Mthatha, città principale della Provincia orientale del Capo, dove si trova Qunu, il villaggio in cui Madiba nacque  e dove trascorse gli anni della sua infanzia. È qui che i militari passeranno alla sua famiglia la responsabilità dei resti dell’ex presidente sudafricano ed è qui che, al tramonto, i leader dell’African national congress (Anc) ed i parenti si riuniranno per una veglia di preghiera privata. Infine, sabato prossimo i funerali di Stato - cui sono attesi decine di leader stranieri, tra cui il presidente degli Stati Uniti Barack Obama - che si svolgeranno sotto un’enorme tenda allestita sulle colline dove Mandela giocava da bambino, e la sepoltura, a mezzogiorno, in un’area appositamente predisposta per lui e dove sono già sepolti alcuni suoi famigliari.  " da La Stampa online
Anch'io piango quest'uomo di cui ogni anno parlo ai miei alunni di terza perché è stato un grande uomo: un uomo che, dopo 27 anni passati nelle prigioni del regime segregazionista sudafricano bianco,  non ha mai pronunciato una volta la parola vendetta.
I suoi ultimi mesi lo hanno visto per ben quattro volte ricoverato in ospedale  a causa di infezioni polmonari, conseguenze della tubercolosi contratta nei lunghi anni di prigione a Robben Island, e intorno a lui si sono scatenate le liti sconcertanti dei suoi familiari
Ma il suo sorriso resterà sempre nei nostri cuori  Ha sconfitto l' apartheid di Botha, l’ultimo razzista bianco in Sudafrica ma ha sempre rifiutato di essere un’icona:   ’Mi si considera un santo: io non lo sono, non lo sono mai stato anche se si fa riferimento alla definizione più concreta secondo cui un santo è un peccatore che cerca di rendersi migliore…’’.
E' stato un figlio di capi che portava, a piedi scalzi le pecore al pascolo , l’avvocato senza paura che sfidava i signori dell’apartheid e diventava militante dell' ANC nel 1942 e due anni dopo il fondatore dell'associazione giovanile Youth League, insieme a Walter Sisulu e Oliver Tambo ; il murato vivo di Robben Island, matricola 46664, nella tomba per i condannati all'ergastolo da cui non c’era scampo.  Mandela ha conosciuto la solitudine del prigioniero e la solitudine dell’uomo di successo , ma ha saputo perdonare ed ha insegnato a perdonare
E' stato il primo Presidente del Sudafrica  dopo l' apartheid  ma si è ritirato a vita privata dopo il primo mandato
Un Grande Grande Grande Uomo ....
 

sabato 30 novembre 2013

Coiln Russel libero!

"I miei diritti umani sono stati violati in modo ingiusto. Non ho fatto niente di male. Non capisco le ragioni per cui sono stato arrestato. Ho trascorso due mesi difficili in carcere, senza motivo. Non ho commesso nessun crimine. Ringrazio il mondo intero che si sta battendo per la nostra causa. Siete delle belle persone" - Colin Russell
 
Colin Russel  è uno degli Artic 30, i 30 attivisti di Greenpeace arrestati a settembre in Russia per aver protestato contro le piattaforme petrolifere russe nell'Artico A differenza degli altri attivisti è ancora in carcere senza motivazioni specifiche
Ecco il messaggio di sua moglie a chi, come me, aveva firmato per la loro liberazione a settembre :
" "Sono passati 71 giorni di preoccupazione e ansia per me e per nostra figlia Maddie. Tutto questo solo perché Colin e altre 29 persone sono state così coraggiose da dire alle compagnie petrolifere come Shell e Gazprom di fermare la distruzione dell'Artico."
Queste sono le parole di Chrissie, la moglie di Colin Russell: l'unico degli Arctic30 a dover affrontare altri tre mesi in una prigione russa. A 29 dei 30 attivisti coinvolti è stata concessa la libertà su cauzione dopo due lunghi mesi di carcere, ma non a Colin. E ancora non è stata fornita una motivazione ufficiale "


Io ho firmato una nuova petizione  di Greenpeace al Ministro Australiano
Se volete   firmate anche voi  l’appello, chiedendo al Primo Ministro Australiano di intervenire per liberare Colin 
Basta cliccare qui

e se volete saperne di più sugli Artic 30 e sullo sfruttamento e la distruzione delle risorse nell'Artico da parte delle multinazionale andate a vedere l'ultimissimo video di Greenpeace  qui

Artic 30 Cristian D’Alessandro libero

Nei giorni scorsi il Presidente della Russia Vladimir Putin è stato in Italia, prima a Roma dove ha incontrato il Santo Padre Papa Bergoglio e il Presidente della Repubblica Napolitano, e a Trieste per scambi economici con l'Italia
Pochi giorni prima uno dei 30 attivisti di Greenpeace, arrestati dai Russi ed imprigionati, prima per terrorismo e poi per vandalismo, l'italiano Cristian D’Alessandro era stato liberato su cauzione, con l'obbligo di non lasciare il suolo russo
A settembre io avevo firmato nel sito di Greenpeace per il suo arresto ingiusto in acque internazionali
 
Ecco la lettera che sua madre ha inviato a tutti noi che abbiamo sostenuto suo figlio :
" ... anche mio figlio, Cristian D’Alessandro, è stato rilasciato su cauzione dal centro di detenzione SIZO1 a San Pietroburgo. La libertà su cauzione è stata concessa dietro il pagamento di una cauzione di 2 milioni di rubli, circa 45 mila euro. La cauzione è stata pagata con i fondi di Greenpeace International.
Come madre questo è di grande conforto per me, e rappresenta un primo passo importante per dimostrare che mio figlio non ha commesso nessuno dei crimini per cui lui e i suoi compagni sono accusati. Vedere finalmente Cristian uscire dal centro di detenzione è un’immagine di speranza che tutti noi abbiamo aspettato con ansia negli ultimi mesi, anche se non sappiamo ancora quando tornerà a casa.
Ringrazio il Ministero degli Esteri e la rappresentanza diplomatica in Russia per il loro prezioso aiuto. Ora aspettiamo che tutti gli attivisti, incluso l’australiano Colin a cui la libertà su cauzione è stata negata, escano dal carcere. Siamo sollevati, ma non stiamo festeggiando: sono tutti ancora accusati di vandalismo, crimine molto serio che non hanno commesso, e rischiano anni di carcere. Gli Arctic30 saranno liberi quando cadranno le accuse ingiuste e anche l’ultimo di loro sarà tornato a casa dalla propria famiglia.
Io e mio marito non vediamo l’ora di poter parlare con nostro figlio. "
 
Sicuramente sono importanti anche gli interessi commerciali e Putin è il perno per far cessare quella sanguinosa e devastante guerra civile in Siria, in quanto è sostenitore di Assad ( e come non poteva non esserlo ! ) , ma io spero che Papa Francesco ed i nostri governanti non dimentichino che Putin non è certo un democratico e che in Russia i diritti civili di tutti, gay compresi, non esistono !
Una delle Pussy Riot condannata è "sparita" in  un carcere della Siberia , tanto per fare un esempio ....

mercoledì 27 novembre 2013

17 e 43

"  Silvio Berlusconi non è più senatore della Repubblica. Ma alle 17 .43, mentre il Senato vota la sua decadenza tra donne di Forza Italia in nero come segno di lutto e grillini in festa, il Cavaliere da via del Plebiscito mette in chiaro che lui no, non esce di scena. «Resterò in campo», assicura ai fedelissimi (pochi)che in piazza sfidano la tramontana. «Mi batterò anche fuori dal Parlamento come altri leader. Come Grillo e Renzi...», spiega.  " da La Stampa TO
Oggi pomeriggio mentre stavo correggendo delle verifiche ho acceso la Tv ed ho fatto zapping tra diversi canali  . Ovunque c'erano speciali dal Parlamento o dalla piazza dove Berlusconi parlava dal palco
L'apoteosi di una farsa che continua da mesi e che, secondo me, non finirà  tanto presto
Purtroppo !
E se non bastasse Berlusconi, ecco che anche Renzi apre bocca ogni due secondi e Grillo non è da meno....
Ma non hanno null'altro da fare ???
Il Finish di Renzi dovremmo  dirlo noi A loro E magari aggiungerci anche un bel Sciò .... che non ne possiamo più di questi affabulatori, urlatori , venditori di fumo che gridano gridano ma pensano solo ed esclusivamente a loro ed ai loro interessi ...

mercoledì 20 novembre 2013

Doris Lessing

Pensa in modo sbagliato, se vuoi, ma pensa con la tua testa ...
 
Doris Lessing, la scrittrice britannica vincitrice del premio Nobel per la Letteratura nel 2007, è morta all'età di 94 anni
Tra le sue circa 50 opere  L'erba canta del 1950, Il taccuino d'oro del 1962, Sotto la pelle del 1994, Il senso della memoria del 2006.
Doris May Taylor era nata da genitori inglesi n Iran nel 1919, ma si trasferì da bambina nella Rhodesia meridionale, oggi Zimbabwe. Studiò in un convento, poi in una scuola femminile, ma a 15 anni lasciò gli istituti per continuare gli studi da autodidatta.
 Ha vissuto per mezzo secolo a Londra, dove si è sposata due volte, divorziando da entrambi i mariti, e ha avuto ha tre figli. Il cognome Lessing è quello del secondo marito, il tedesco Gottfried Lessing.
 La Lessing è stata l' undicesima donna a essere insignita del Nobel, battendo l'americano Philip Roth. Ai giornalisti in quell'occasione commentò: « Ho 88 anni e non possono dare il Nobel a un morto, quindi penso che probabilmente abbiano pensato fosse meglio darmelo prima che io fossi fuori gioco». La motivazione del premio l'aveva definita una «cantrice dell'esperienza femminile che con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa».


Un bacio e tante polemiche

Durante una manifestazione NoTav in Val di Susa sabato scorso una giovane donna è andata a baciare il casco di un poliziotto
Una foto pubblicata su La Stampa di Torino che è stata interpretata in  modi diversi e che ha fatto discutere molto
Ecco cosa ha pubblicato il quotidiano torinese due giorni dopo : "  Quello scatto che ha fatto il giro delle redazioni e anche dei siti del movimento si è portato dietro un mare di polemiche. "
" Il poliziotto al centro di un intenso interesse mediatico e protagonista involontario dei social network è un ragazzo siciliano di 25 anni, da pochi mesi a Torino. Fa parte del V Reparto Mobile "
" Si chiama Nina De Chiffre, vive a Milano, ha 20 anni, studia e lavora. È lei la manifestante No Tav che sabato pomeriggio, durante il corteo in val di Susa, è stata fotografata mentre baciava il casco di un poliziotto in tenuta antisommossa. «Ci sono due cose che vorrei subito chiarire – puntualizza lo giovane attivista, militante del collettivo meneghino Remake -. Quella foto non è stata assolutamente organizzata ad arte, come molti hanno insinuato. Il fotografo ha solamente avuto fortuna. Ma soprattutto: il mio intento non era quello di lanciare un messaggio di pace alle forze dell’ordine. Al contrario: volevo ridicolizzare i poliziotti. Volevo metterli in imbarazzo: volevo prenderli in giro. Direi che ci sono riuscita». 
Come è avvenuto l’episodio? 
«È molto semplice. Stavamo marciando in corteo, quando improvvisamente ci siamo trovati di fronte questo schieramento di polizia. Gli agenti in tenuta antisommossa, per regolamento, non possono reagire ad alcuno stimolo proveniente dai manifestanti. Così mi sono avvicinata con la mani in alto. Ho visto un giovane agente – avrà avuto 20 anni – e ho iniziato a provocarlo. Prima gli ho leccato il casco, poi gliel’ho baciato. Infine ho infilato le mie dita nelle sue labbra, ma in quel momento è intervenuto un suo superiore che mi ha allontanato».
«...  ho pensato a Marta, una ragazza No Tav di Pisa che a luglio di quest’anno è stata picchiata e molestata dalle forze dell’ordine durante uno scontro in val di Susa. Intendo dire: molestata sessualmente, da uomini in divisa. Perciò ho voluto provocare quel giovane agente: è stato il mio modo di reagire a ciò che è successo a Marta. Ho utilizzato due sole armi: l’ironia e il grottesco ...».
La " guerra " NOTAV è anche questo Purtroppo i nostri governanti continuano a ritenere la Tav importante e fondamentale A chi come me la ritiene invece inutile e dispendiosa farebbe invece un enorme immenso piacere sapere che tutti quei soldi stanziati per la Tav  potrebbero essere usati altrove, nelle scuole per esempio o là dove l'ambiente viene stravolto da devastazioni  di cicloni e tornadi  sempre più frequenti !!!

martedì 19 novembre 2013

Lea Garofalo, pentita dell'ndrangheta'

Lea Garofalo, collaboratrice di giustizia, fu prelevata in centro, a Milano, a pochi passi da Corso Sempione, la sera del 24 novembre  2009, un mese a Natale. A bordo di un furgone bianco fu portata in un casolare alle porte di Monza, dove  fu torturata per ore affinché dicesse la verità sul suo racconto alla polizia - Lea  aveva "spifferato" verità scomode su alcuni omicidi di 'ndrangheta a Milano - , poi uccisa con un colpo di pistola e infine bruciata,  e non dissolta nell'acido, come gli inquirenti  ipotizzarono  per lungo tempo, in un campo della Brianza
Nel  marzo 2013, i sei indagati per l'omicidio di Lea , tra cui l'ex marito, Carlo Cosco, il fratello Vito e l'ex fidanzato della figlia Denise, tutti originari di Petilia Policastro, comune del crotonese,  come lo era anche Lea, sono stati condannati all'ergastolo. 
 La vita di Lea è stata una vita difficile. In tenera età perse il padre e   il fratello, entrambi uccisi dalla 'ndrangheta. Poi sposò Carlo, giovane rampollo della malavita locale. Giovane ed inconsapevole,  Lea si ritrovò a   vivere una vita che non voleva, una vita che conosceva già, ma che avrebbe voluto evitare alla figlia Denise    .
Per questo motivo decise di collaborare con la giustizia, finendo in un inferno fatto di solitudine e continui cambi di residenze, fino alla decisione  azzardata e molto pericolosa di lasciare il programma di protezione. Si era infatti fidata ed era  convinta che fossero disposti a perdonarla  Aveva in mente di andarsene in Australia, ma il suo viaggio finì a Milano, dietro Corso Sempione, poco dopo aver lasciato la figlia.
Lea   è stata una donna coraggiosa che ha pagato le sue scelte  con la vita. Di lei sono rimasti 2.800 frammenti ossei, in tutto un chilo e trecento grammi, trovati il 21 novembre 2012

Sabato 19 ottobre 2013 a Milano, grazie alla volontà di sua figlia Denise e dell'associazione di Don Ciotti Libera, Lea, con un ritardo di quattro anni,  ha avuto  un funerale  civile con tanta gente e tanta commozione
«In ricordo di Lea, la mia giovane mamma uccisa per il suo coraggio  era la dedica, dettata dalla figlia Denise,   sui segnalibri che  in piazza Beccaria sono stati distribuiti a chi ha partecipato  ai funerali
«Lo celebreremo a Milano per testimoniare la vicinanza dei milanesi e di tutti coloro che, da ogni parte d’Italia, combattono le mafie e la criminalità organizzata», aveva annunciato il sindaco Pisapia. «Il giorno dei funerali sarà un momento di riflessione che coinvolgerà tutta la città. Lea Garofalo non era nata a Milano, ma in questa città era arrivata piena di speranze, qui ha avuto il coraggio di ribellarsi alla ‘ndrangheta diventando testimone di giustizia. Un coraggio che ha pagato con la vita».
Nella stessa giornata il giardino di via Montello, di fronte al palazzo controllato dal clan Cosco, è stato intitolato a Lea Garofalo
 Ci sono state anche altre iniziative organizzate insieme all’associazione Libera. A lei è stato dedicato il secondo Festival dei beni confiscati, che si è tenuto a Milano dall’8 al 10 novembre. Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, ha spiegato il significato del segnalibro: «Vogliamo riaffermare il potere dei segni contro i segni del potere. Il segnalibro riafferma l’importanza della cultura contro la mentalità mafiosa».

Ai funerali di Lea don Ciotti ha portato anche un mazzo di fiori a nome di Carmine Venturino, ex fidanzato di Denise e condannato all’ergastolo per l’omicidio di Lea. Carlo Cosco aveva ordinato a Carmine di uccidere anche Denise. «Ma lui si è rifiutato e per questo la ‘ndrangheta lo ha condannato a morte - ha raccontato don Luigi Ciotti -. L’ho incontrato in carcere e sta facendo un percorso interiore profondo. Anche lui, un ragazzo, ha scelto ad un certo punto di dire di no».
Un dramma nel dramma, la storia di Venturino. E un pentimento per amore.
Carmine Venturino, condannato all'ergastolo,  ha spiegato così la sua scelta di collaborare e raccontare la verità sulla morte di Lea,   testimone di giustizia  bruciata “finché non rimase che cenere”. 
Ho fatto questa scelta per amore di Denise, perché sapesse come sono andate le cose nell’omicidio di sua madre, perché Denise occupa il primo posto nel mio cuore” ha detto in aula  l’uomo al processo d’appello davanti ai giudici della corte d’Assise d’Appello di Milano. A luglio, a tre mesi di distanza dal verdetto di primo grado, aveva svelato anche nuovi particolari sul sequestro e sull’omicidio della vittima.
 “Carlo Cosco è uno ‘ndranghetista – ha spiegato Venturino – ed ha sempre avuto il progetto di far sparire Lea”. Per questa vicenda  io ho perso Denise e sono molto provato”.
Denise è parte civile nel processo contro il padre ed è sotto protezione da anni ed assiste all’udienza – nascosta – in un corridoio vicino all’aula. Nel processo di primo grado ha testimoniato e accusato gli assassini di sua madre.

venerdì 8 novembre 2013

La pappa pronta

Leggo tutti i giorni il quotidiano La Stampa di Torino e in particolare il Buongiorno di Massimo Gramellini e le Lettere al Direttore , Mario Calabresi. Ieri una lettera, a cui il direttore ha risposto, mi ha particolarmente interessata perché la persona che ha scritto, una donna classe 1975, ha affrontato il problema scuola e genitori Io appartengo alla classe 1955 e come persona ma ancor più spesso come insegnante ricordo con nostalgia i miei anni scolastici, quando in classe non c'era la maleducazione e i genitori non criticavano mai i docenti davanti ai propri figli, anche se talvolta non approvavano minimamente il loro operato, ma a quanto pare, dopo aver letto la lettera di Francesca T., anche chi ha vent'anni meno di me prova sentimenti simili ai miei !
Lettere al direttore
 07/11/2013
Quanti genitori si trasformano in avvocati e sindacalisti dei figli
Gentile Direttore, ai tempi miei (classe 1975) ad essere messo dietro la lavagna era l’alunno irriverente e ad essere tenuto sott’occhio era l’allievo lavativo/lento di comprendonio. Il soggetto che prendeva siffatti provvedimenti, maestro o insegnante, agiva serenamente nell’interesse di quel ragazzo, sia della classe intera, sostenuto nelle scelte dalla schiera fiduciosa dei genitori.
Ai tempi miei si credeva ancora nel valore dell’exemplum e nel valore di una sana santa sgridata. Il divorzio era una rarità, per le malattie si andava dal medico e non su internet.
Oggi divergenza di opinioni significa subito rottura, la dialettica è cosa di avvocati, cui si ricorre anche se il proprio medico fa diagnosi diverse da Internet. In famiglia e soprattutto in classe non si può sgridare più, pena il vacillare della tenera psiche dei ragazzi e insieme correre il rischio di essere denunciato dal genitore, sempre sulla difensiva, mai in ascolto (forse nemmeno del figlio). 
Educare fa rima con comprare, lodare e fare. Fare attività, gite, feste. Fare sport. Tanto. Troppo, sano, sanissimo, ma troppo: tutti i giorni per riempire il tempo settimanale. Forse – cattiveria mia - per limitare le ore di condivisione domestica genitore-bambino, ingestibili per molte mamme.
Una volta educare era anche sgridare, disapprovare ma anche motivare e contenere. E per contenere bisogna creare confini. Dire no. Porre divieti. 
E il tempo era gestito a tappe evolutive, non a giorni settimanali. Ovvero: non «il martedì fa tennis» ma «quando avrai otto anni e le tue spalle saranno più forti potremo pensare anche al tennis».
C’era un progetto per questi nostri figli. Oggi è tutto un parcheggio.
Ma veniamo alle insegnanti. Possibile che siano loro a essere oggetto di continue valutazioni e «verifiche» dei genitori? Loro che dovrebbero essere libere e serene anche di valutare i ragazzi. Loro che ai ragazzi dovrebbero insegnare attraverso le materie il metodo, la conoscenza e anche un po’ la vita.
Valutare è anche capire e dare uno specchio in mano per vedersi. Ma pare una parola bruttissima, che invecchia e impoverisce i genitori che in quello specchio ci si vedono riflessi.
Per carità ce ne saranno di capre anche nella classe insegnante e si spera in molti che il nuovo esame di stato possa decimare le pecore nere ma perché torchiarle per principio?
Mi si diceva «la maestra ha ragione» anche quando i miei non lo pensavano e questa era la vera comunicazione scuola-famiglia, che consentiva di frequentare la scuola con serenità e sicurezza.
Col tempo imparavamo a capire da che parte fosse realmente la ragione ma quella granitica affermazione tornava a rassicurarci che la scuola era cosa buona e giusta. E nostro dovere.
Oggi mamme e papà privi di cultura o puramente acculturati di titoli pretendono di giudicare il metodo degli insegnanti. Giudicano. Ricorrono ai superiori.  
Parlano e stroncano scuole e carriere con il loro insano tam tam.
Credono di sapere. Dubitano, diffamano. Maestra dietro l’angolo. Mamma in cattedra. A dire cosa? 
Ai nostri figli insegniamo la critica prima ancora che imparino a ragionare. Decostruiamo il loro mondo. Collaboriamo alla loro presunzione, maschera della fragilità.
L’unica certezza? Martedì c’è tennis. 
Forse rieducare le famiglie alla scuola potrebbe essere un primo semplice passo. E chissà che non migliori anche le performance italiane ai test Invalsi.
 
Francesca T.
Questa lettera ha il pregio di esprimere con forza, lucidità e chiarezza un punto di vista e di porre un problema reale che io condivido. Spesso penso con preoccupazione a come i genitori rischino di trasformarsi negli avvocati o nei sindacalisti dei propri figli, svegliandosi un giorno con la rabbia di vederli passivi, «sdraiati» o sfiduciati.  
Le maestre o i professori non saranno di certo perfetti, come non lo saranno molti superiori o capi-ufficio poi nel lavoro, ma è utile imparare a confrontarsi e a crescere, senza avere la pappa pronta e il pronto soccorso della mamma! 
Mario Calabresi 

mercoledì 6 novembre 2013

Demenziale

E' da mesi che evito di leggere sul quotidiano le dichiarazioni ripetute e ripetitive del solito Berlusconi che si ritiene vittima prescelta della magistratura e dei comunisti!
Ma questa sera non ho potuto evitare di ascoltare il TG e sono inorridita quando ho sentito ciò che aveva dichiarato a Bruno Vespa per il suo nuovo ultimo libro : " «I miei figli dicono di sentirsi come dovevano sentirsi le famiglie ebree in Germania durante il regime di Hitler. Abbiamo davvero tutti addosso»
Ha  perfettamente ragione il  presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, Renzo Gattegna, quando ha detto che  è  "Un paragone «non solo inappropriato e incomprensibile ma anche offensivo della memoria di chi fu privato di ogni diritto e, dopo atroci e indicibili sofferenze, della vita stessa» "
Come può paragonare i suoi ricchi  figlioli  viziati e privilegiati ai figli del popolo ebraico deportati, bruciati ed uccisi nei campi di sterminio a migliaia, senza pietà alcuna ? Ma non ha null'altro da fare se non rompere in continuazione e blaterare idiozie di tutti i tipi?  Sa almeno cosa sono stati i ghetti degli ebrei e i campi di sterminio dove li hanno annientati a milioni ?
Ricordo, tra le poche cose che mio padre, ex IMI schiavo di Hitler,  raccontò sui suoi due anni  passati nei campi di concentramento  nazisti, in Polonia ed in Germania, di un posto ( sarà stato Torgau, sottocampo di Flossemburg ? ) dove al di là del reticolato vedeva dei prigionieri non militari con delle casacche a righe e una stella gialla
 Lui allora non sapeva chi fossero e non comunicò mai con loro ma ricordava il loro stato miserevole, molto peggiore di come era quello degli Imi che avevano sempre rifiutato di firmare per la Repubblica di Salò
E' una vergogna che si possa permettere ad una persona condannata in un processo democratico e regolare che continui ad inveire contro chi cerca di mantenere in Italia un minimo di regole e di valori, abitualmente calpestati da persone che non hanno scrupoli e che hanno governato il paese portandolo sull'orlo del baratro, ma soprattutto che non si sia messo in galera chi siede ancora impunemente in Senato con la sua condanna, ed ha la faccia tosta di considerarsi una vittima
La legge dovrebbe essere uguale per tutti ma solo i poveri disgraziati finiscono in galera e vivono l'inferno di carceri superaffollate, indegne di una nazione civile e moderna , a quanto pare !!!

giovedì 10 ottobre 2013

Insegnanti anziani !!!

Stamattina, prima di uscire per andare al lavoro, ho sfogliato velocemente il quotidiano e mi sono soffermata su un articolo che mi ha lasciata alquanto perplessa e parecchio incavolata
" Italiani «poco occupabili», visto che dall’indagine Ocse «usciamo con le ossa rotte» in fatto di di competenza linguistiche e matematiche minime per sopravvivere nel contesto attuale. È il pensiero del ministro del Lavoro Enrico Giovannini, espresso l’indomani dell’indagine Ocse su 24 Paesi che boccia senza appello i cittadini d’Italia in lettere e matematica.   
Quindi dopo bamboccioni e choosy, gli italiani sono anche “poco occupabili”: le parole di Giovannini sollevano le polemiche. «Il governo, incapace di dare risposte alla disoccupazione giovanile, adesso inizia addirittura ad offendere i giovani. Non bastava la Fornero con quel «choosy», adesso ci si mette anche Giovannini che, anziché preoccuparsi di fornire misure adeguate, perde tempo a offendere chi ha già pagato fin troppo le inefficienze di questo governò’ replica subito Massimiliano Fedriga, Lega Nord.
 Giovannini si affretta a precisare che non ha mai parlato di «italiani inoccupabili», bensì che «i dati della rilevazione Ocse mostrano come ci sia bisogno in Italia di investimenti in capitale umano, in formazione». Obiettivo per il quale il governo ha stanziato 500 milioni di euro.
Scendono in campo anche i sindacati. «Non sono i lavoratori che scelgono di essere “inoccupabili”, mentre dipende in parte da precise responsabilità del ministro Giovannini», ribatte il segretario confederale Cgil Serena Sorrentino. Per la Cisl poi, «è sbagliato dare una immagine troppo negativa del nostro Paese, del nostro capitale umano e di conseguenza del nostro mercato del lavoro» osserva il segretario confederale Luigi Sbarra. La Uil condivide le preoccupazioni di Giovannini sul sistema dell’istruzione: «per anni sono state ridotte le risorse alla scuola pubblica ed è mancata una politica della formazione» dice il segretario confederale Guglielmo Loy tuttavia, aggiunge, il ministro «ha il dovere di indicare proposte chiare per affrontare il tema, che certamente incide sull’occupabilità, abbiamo miliardi di fondi Ue da spendere e non sappiamo come».  " La Stampa online
Come al solito qualcuno doveva tirare in ballo la scuola. Infatti in un articolo accanto a quello con le parole pronunciate dal ministro si parlava di sconfitta della scuola, della necessità di riformarla e di stage e preparazione al lavoro degli studenti da adeguare al resto d'Europa E naturalmente si metteva in evidenza che ci sono troppi insegnanti anziani nella scuola . 
Io ormai sono nella categoria degli insegnanti anziani e sinceramente me ne andrei volentieri in pensione tra due anni, cioè a 60 anni compiuti,  come hanno fatto tante mie colleghe fino a pochi anni orsono. Ma non è possibile Non è possibile perché con le ultime leggi, prima  durante e dopo la ministra Fornero,  bisogna lavorare fino alla vecchiaia, dopo i 65, visto che secondo i politici la nostra vita è migliore e quindi noi avremo maggiori possibilità di vivere a lungo
Gran bei discorsi ma è sempre più faticoso passare tante ore in classe con adolescenti che sono lontani anni luce da noi e dal nostro diverso modo di vivere
Io cerco sempre di aggiornarmi e di restare al passo ma non è facile
Uso il PC e uso Internet da anni e amo lavorarci Creo o adeguo le verifiche dei libri in uso per alunni DA, DSA  o in difficoltà  studiando il modo migliore per facilitare il loro apprendimento come provo a capire tutte le diversità degli alunni e le loro problematiche per trovare soluzioni efficaci
Ma se la pratica e tanti anni di insegnamento mi aiutano in questo, sento comunque il peso di quegli stessi anni sulle spalle  che mi affaticano e mi stressano ogni anno un pochino di più
E mi chiedo sovente, con una certa angoscia, come sarà se dovrò restare a scuola per altri 7-8 anni ancora A 65 o 66 anni sarò stanca non solo fisicamente ma anche mentalmente e affrontare quotidianamente per quasi 10 mesi 6 classi di adolescenti non sarà una passeggiata ...
Ci hanno mai pensato ministri e politici al governo ed esperti vari  ai nostri effettivi problemi ?
Fateci andare in pensione prima dell'usura totale, lasciando il posto a docenti giovani e freschi,  così saremo tutti più felici e contenti
E potremo goderci finalmente una vecchiaia piacevole dopo tanti anni di lavoro trovando magari anche il tempo e  la voglia per dedicare le nostre abilità e la nostra creatività a qualcosa di diverso dal lavoro, prima di rimbambire completamente !!!

domenica 6 ottobre 2013

Il generale Giap

e
Ho sempre amato studiare la storia e la storia dell'Indocina è stato senz'altro uno dei periodi che più mi è interessato nel corso degli anni. Ho letto libri in italiano e in francese che trattano della guerra d' Indocina e di quella del Vietnam, dove i Francesi prima e gli Statunitensi successivamente  furono sconfitti
Tra i personaggi chiave non ho mai dimenticato Ho Chi Minh e il generale Giap
E quale è stata la mia sorpresa quando ieri ho letto sul quotidiano che era morto a 102 anni il leggendario generale Vo Nguyen Giap Da anni non ne sapevo più nulla ed ero convinta che ormai fosse morto
Il generale vietnamita  inventò la guerra asimmetrica, che vinse ben due volte, contro i Francesi e contro gli Americani. È stato l’eroe di tutti i terzomondisti, un piccolo uomo di un piccolo paese asiatico che sconfisse i grandi ed i potenti, e  il cui capolavoro fu la battaglia di Dien Bien Phu
Giap era nato il 25 agosto 1911 in una cittadina del Vietnam centrale. I genitori erano piccoli proprietari terrieri, non ricchi, ma in grado di mandare il figlio al liceo, prima nella antica capitale Hué, poi ad Hanoi, dove si laureò in legge ed economia. In quegli anni si distinse già e divenne un  leader  organizzando scioperi studenteschi, manifestazioni contro la Francia colonialista. Mentre  scriveva sui giornali, si era intanto unito al Partito comunista e di notte leggeva dei suoi idoli: Napoleone e Sun Tzu, l’autore dell’Arte della guerra.
Quando iniziò la Seconda guerra mondiale Giap fuggi in Cina con Ho Chi Minh, il futuro padre della patria vietnamita. Ma nel 1944  ritornò in patria, dove organizzò la resistenza contro i giapponesi  adattando la teoria ancestrale del maestro cinese Sun Tzu alle tecniche moderne di guerriglia. I giapponesi furono cacciati ma a Postdam le grandi potenze  decisero di dividere il Vietnam in due: uno sotto l’influenza comunista, l’altro sotto quella occidentale, con i Francesi che  si  ripresero la loro più ricca colonia In Asia.
Ho Chi Minh aveva appena fondato la Repubblica democratica del Vietnam e cominciò un’altra sanguinosa guerra, che durò trent’anni. Tutta l’Indocina, Vietnam  Laos  e Cambogia , divenne un campo di battaglia «non convenzionale» e la guerriglia nella giungla e  gli attacchi a sorpresa nelle città dissanguarono Parigi. Il generale Henri Navarre cerc di attòirare Giap in una battaglia campale, per distruggere le sue forze in colpo solo, e creò la piazzaforte di Dien Bien Phu, in una zona montagnosa che controllava le vie di approvvigionamento dei vietnamiti.
Giap   nascose i suoi pochi obici da 105 millimetri sulle colline boscose attorno alla base. Le nuvole basse, per settimane, impedirono all’aviazione francese di intervenire in maniera efficace e  22 mila francesi furono massacrati dall’artiglieria vietnamita, con  12 mila fra morti e feriti e 10 mila prigionieri. Un disastro immane che   il 7 maggio 1954 portò la Francia alla resa e all'abbandono dell'Indocina.
In Vietnam del Sud gli Americani presero il posto dei Francesi ed i Vietcong continuarono con la guerriglia. Nel 1968 vi fu  il primo serio contrasto strategico fra i vertici del Partito comunista, che volevano un’altra eclatante vittoria per chiudere la guerra. Ci fu quindi l’offensiva del Tet, che mirò a tagliare in due il Paese fino a Saigon. Il generale Giap si oppose e  l’offensiva si dimostrò in effetti un disastro militare per i vietnamiti. Ma in effetti fu una grande vittoria politica, perché convinse l’opinione pubblica americana che non si poteva assolutamente vincere quella guerra.
Solo dopo altri sette anni i Nord Vietnamiti riuscirono a  liberare Saigon. E restano ancora oggi il ricordo e le immagini delle truppe vietcong che entravano in città mentre gli ultimi elicotteri americani si alzavano in volo lasciando a terra collaboratori locali disperati e urlanti, che cercavano disperatamente di aggrapparsi all'unica possibilità di sfuggire al terrore ed alla vendetta dei soldati del nord Vietnam
Nel nuovo Vietnam unito Giap fu prima ministro della Difesa, poi vicepresidente. Ha scritto libri, polemizzato pacatamente con il generale Usa William Westmoreland e si è goduto una lunghissima gloriosa vecchiaia  ultracentenaria. Un piccolo grande uomo geniale intelligente e coraggioso

Il cimitero dei Senza Nome

Oggi sul quotidiano  La Stampa ho letto un bellissimo articolo di Domenico Quirico, inviato a Lampedusa  dopo la tragedia dei migranti di giovedì. Con la sua solita sensibilità ed una scrittura inconfondibile ricca di particolari e di pietà Quirico narra della sua visita al cimitero dell'isola, dove i pochi senza nome seppelliti lì hanno una croce sulla povera tomba abbandonata con un  numero stampigliato sopra, probabilmente il numero dell’obitorio
" A Lampedusa anche il cimitero è tutto tagliato nello stesso giallo macigno dell’isola. A sinistra si sente la presenza del mare invisibile. 
Al limite dell’orizzonte gravato di una cinerea nuvolaglia in processione. Ho appena ascoltato parole incallite: «Non c’è posto per i morti, li portano via con la nave…». Come: non c’è posto? Come non può esserci posto per i morti? Allora ho camminato fin quasi al mare, per vedere. Qui, mentre il chiasso si fa assordante, senza garbo né grazia, e svia e annulla perfino la pietà, scopri come l’uomo è diventato una cosa che si prende, che si deporta, si dovrebbe dire che si importa e che si esporta come un oggetto; scopri come l’uomo braccato, che chiede aiuto, non è diventato il prossimo che si deve amare come se stesso.
Le tombe, le loro tombe, sono poche, in un cantuccio, tra erbacce che assediano la rara, antica pietà di qualche fiore. Tra marmi e gessi, croci di umile legno asciugate dal sole e dal vento; ancora si leggono numeri dipinti in nero, «4, 10, 13», forse le sigle dell’obitorio che sostituiscono i nomi. Qualcuno ha deposto per terra uno, due crocefissi, avanzi evidenti, rimasugli di altre tombe, rimasugli di pietà. Anche il volto del Cristo è ormai nero di terra e di ruggine. Sono emigranti di altri naufragi: restituiti dal mare, piccoli corpi abbandonati, senza speranza e senza tempo, come casse rimaste in fondo a un magazzino e che nessuno ha più reclamato, e non si sa da dove siano venute e che non usciranno mai dai loro confini. Pochi: una ventina forse. E gli altri, migliaia, dove sono? Un isolano antico, alto dritto e asciutto, che risponde lento e scolpito ad ogni domanda, mi racconta che in Sicilia ci sono decine di cimiteri abbandonati riaperti in questi anni a furia per seppellire «gli africani». Forse in queste tombe, in queste anime tunisine, sudanesi, libiche, africane, rimasero custodite per sempre la perduta sovranità di un’onda, la tempesta, il sale, il mare che palpita e mugghia come oggi; che li ha uccisi. Il mare di ognuno, minaccioso e chiuso, un suono incomunicabile, un movimento solitario che era divenuto farina e spuma dei loro sogni prima di sfinirli e finirli. I morti, gli altri, li rivedi solidi, nei nomi, nelle fotografie nelle statue, come se la loro morte e la loro vecchiezza fossero aboliti. Questi no: morti, si può dire, due volte.
Su per le balze di Lampedusa la vita continua a fiorire a fiotti frenetici di case e di piante, l’affannarsi dell’uomo e la bellezza coprono l’isola come una maschera dipinta della felicità che fugge. Ma questi naufraghi non sono riusciti ad arrivare lì. Serbarono nel loro ultimo grido con l’acqua che li afferrava la propria parte di infinito, il loro frammento di mare.
In quest’isola cristianesimo e islam si sono dati battaglia, con frenesia e rabbia, e non erano le battaglie inventate dalla fantasia di Ariosto, che a Lampedusa ha fatto duellare Orlando e Agramante e il re Gradasso. I musulmani delle sciancate carrette del mare hanno sempre il terrore alle spalle, consumati dallo sforzo di non voltarsi per poter guardare la loro paura. Le hanno dato forme diverse: la fame, la guerra, regimi infami come quello eritreo. La verità per loro era tabù, la morte che si avvicinava ogni giorno in un luogo diventato straniero. Ella è rimasta in un cimitero che nessuno visita, in una tomba dove hanno perso anche la loro unica certezza, il nome del loro dio, sepolti come sono sotto una croce.
La morte non si può guardare in faccia, è vero. Ma qui puoi guardare in faccia la morte della nostra speranza. Questi uomini hanno perduto tutto: vita, destino, identità, nome, perfino dio. La disperazione non è necessariamente un crimine. E da lei che parte il colpo d’ala, formidabile, che porta a capire ed amare. Accettiamo dunque la disperazione di questo luogo solo per prepararci a quel balzo.
Il cimitero al mattino è vuoto, si è levato il vento e riempie le stradine tra le tombe e pare il brusio di una folla lontana. Qualche ramo tocca le croci di legno con la sua carezza, lieve come per non destare chi qui riposa. Ritrovi, sgomento, quasi l’eco dei primi sospiri, gemiti e singhiozzi del dolore umano, prima che diventi urlo, ghigno, rivolta, disperazione e ferocia e sia lo scoperto dolore, mio o tuo, e non quello uguale e perpetuo sepolto nel cuore di tutti. Che dimenticarlo puoi, ma a un brivido senti che c’è.
Chi era questa gente, chi è questa gente che attraversa il mare? La risposta è semplice: hanno creduto in noi, non hanno ricevuto come ricompensa che una vita sempre più solitaria e una morte abbandonata. Al centro di accoglienza, sprofondato in un baratro pallido di erbe secche e rifiuti, livido bianco di rocce, sono andato a spiare i volti dei sopravvissuti. Occhi grandi guardano attraverso la rete, giacigli, coperte, padelle: profughi ancora, per sempre. Ognuno di loro porta dentro di sé un ricordo di terremoto, è un petalo di terrore che vive attaccato alla nostra normalità. In questi Paesi che per noi sono nomi, Somalia, Eritrea, Siria, Maghreb, si è eroi ancora prima di nascere. Perché si deve lottare per sopravvivere, ma non solo contro il kalashnikov che uccide o la siccità che inghiotte. E’ un terrore totale, una istantanea insicurezza, l’universo che ogni giorno crolla e si dissolve. E a sera anche noi restiamo soli con i loro morti, e con tutti i morti, senza sapere perché siamo ancora vivi.  "
Dopo aver  letto questo articolo ringrazio quel dio che Quirico ha nominato qui sopra perché gli ha salvato la vita in Siria e   ha dato a noi tutti, suoi affezionati lettori, la possibilità di riaverlo tra noi e di poter continuare a seguirlo nei suoi percorsi di giornalista così speciale e nei suoi pensieri tanto particolari e toccanti 
Un pensiero anche ai morti senza nome del cimitero di Lampedusa ed una preghiera per tutti i morti della immane tragedia di giovedì scorso

mercoledì 2 ottobre 2013

La democrazia del M5 Stelle

Oggi ho seguito una parte del lungo dibattito a palazzo Madama dove i senatori hanno espresso il loro consenso o dissenso al Governo Letta Alcune ed alcuni di loro si sono espressi con toni alterati e con parole pesanti non certo opportuni ed adeguati ad uno dei luoghi istituzionali che rappresentano il parlamento italiano
Non ho però assistito in diretta al triste spettacolo del gruppo 5 Stelle di Grillo che ha minacciato ed insultato una dei loro dissidenti che si è dichiarata favorevole a sostenere il Governo Letta
«Mentre dichiaravo il mio voto di fiducia a Letta, pur con tutte le mie riserve, ho sentito un gran vociare e ho visto il senatore Castaldi venire verso di me e puntarmi il dito contro. Poi non ho capito più niente...». Paola De Pin, ex Movimento 5 Stelle passata al Gruppo misto ha tremato tenendo tra le mani il foglio del suo discorso, ha pianto, ha ricevuto insulti dai suoi ex colleghi pentastellati («Venduta», «Sei come Scilipoti», «Hai preferito il Palazzo al Movimento»). Ma, più di tutto, si è sfogata. «Mi sono liberata dopo mesi di violenze verbali nei miei confronti. E anche oggi ho avuto la dimostrazione che il Movimento ha fallito, non ammette il dissenso». «Contro chi la pensa diversamente usa il “metodo Boffo” alla stregua degli altri partiti».
«Andare per la quarta volta al voto con l’attuale sistema sarebbe una irresponsabilità senza precedenti», ha detto la De Pin nel suo intervento in Aula, contestando “i vertici” del movimento di Grillo che «con la scusa della fedeltà a un pezzo di carta hanno tradito gli elettori che chiedevano un cambiamento». Subito è stata bagarre. «Non esci di qui – le avrebbe gridato il senatore grillino Gianluca Castaldi – ti devi dimettere». E lei è esplosa a piangere. In sua difesa si sono schierati i vicini senatori del Pd e poi lo stesso Letta le ha espresso parole di «vicinanza». Il presidente dell’Aula Grasso valuterà eventuali provvedimenti. 
«Sono contenta della solidarietà, ma ribadisco che il mio è stato un voto travagliato. È quello che mi chiedeva la gente al supermercato: nessuno voleva tornare al voto già a novembre», racconta la De Pin raggiunta telefonicamente, dopo una riunione pomeridiana della commissione straordinaria per la promozione dei diritti umani di cui è segretaria. «Continuo nel mio lavoro da senatrice - spiega ancora -. Sono contro alla linea dello scontro totale professata da Grillo da quando è entrato in Parlamento. Perché non ha ottenuto niente». Ed è proprio dai giorni delle consultazioni che, secondo la De Pin, è cambiato tutto. «Il principio per cui uno vale uno è saltato. Bisogna seguire la linea dettata dai leader. Ma io l’ho contestata e sono stata oggetto di minacce da parte di David Borrelli, il braccio destro di Grillo in Veneto, che ho querelato». 
 «Appena ho espresso i miei parerei contrari alla linea sono stata oggetto di insulti, mail, telefonate che minacciavano me e i miei famigliari», dice la 49enne madre di due bimbi. Poi la rottura. Datata giugno e in solidarietà ad Adele Gambaro, la senatrice espulsa con rigoroso voto on line. E via di polemiche sulla diaria: «Ho già versato 6 mila euro in beneficenza. E così continuerò a fare con tutti i soldi che non spendo per ragioni di servizio», racconta. Ma aggiunge: «Certo, ora vivo a Roma e ho due collaboratori..». Il suo futuro politico? «Non lo so, per ora ho fondato un’associazione di promozione sociale anche con altri fuoriusciti dal Movimento». Il nome è  : “Stelle Cadenti”.  da La Stampa To
Se questa è la democrazia dei  5Stelle , alla larga ...

La crisi del PDL

" Silvio Berlusconi si arrende ai numeri e alla fine è costretto in extremis e “obtorto collo” a votare la fiducia al governo Letta che incassa quasi il pieno di voti (235), se si escludono gli assenti e qualche senatore che ha annunciato il suo no (70). Nel Pdl non c’è solo una fronda, ma una spaccatura profonda che lo avrebbe portato a certificare una sconfitta politica fino a qualche giorno fa inimmaginabile. E che potrebbe decretare il definitivo passaggio del testimone nel centrodestra a favore di Angelino Alfano." da La Stampa To
Oggi è stata una giornata lunghissima per la politica italiana , prima al Senato e poi alla Camera : la crisi voluta sabato scorso da Berlusconi, dopo mesi di ricatti e minacce , si è conclusa con una crisi profonda nel partito del centrodestra
Sarà interessante vedere nei prossimi giorni cosa succederà e se si creerà un nuovo partito con la fronda dei politici che hanno avuto il coraggio di opporsi per la prima volta al loro capo e padrone
 
Ieri sera, dopo aver visto Criminal minds su Rai 2, sono passata sul terzo per vedere cosa stava succedendo a Ballarò e sono rimasta letteralmente allibita : Fabrizio Cicchitto, una delle colombe del Pdl, stava clamorosamente bisticciando con Sallusti, il giornalista pro Berlusconi per eccellenza
In questo video     vi è la parte iniziale della lite tra i due ma anche le battute finali erano eccezionali
Sallusti continuava ad interrompere Cicchitto che gli ha dato del maleducato e del " picchiatore "...
Mai avrei immaginato di assistere ad un simile spettacolo
Sono i tempi che cambiano ? o era solo una bolla di sapone temporanea e poi tutto tornerà come prima ?

lunedì 23 settembre 2013

Attivisti di Greenpeace arrestati

La mattina del 18 settembre due attivisti Greenpeace sono stati arrestati mentre protestavano contro le trivellazioni petrolifere sulla Prirazlomnaya, una piattaforma di estrazione della Gazprom nel mare di Pechora, al largo delle coste russe.
Sono stati trattenuti tutta la notte a bordo di un'imbarcazione della Guardia Costiera russa, senza poter chiamare i propri avvocati.
I due attivisti  arrestati sotto la minaccia di pistole e coltelli, sono stati riportati a bordo il giorno dopo: uno di loro ha un braccio rotto.
Il 19 la Guardia costiera russa ha illegalmente abbordato la nave Arctic Sunrise di Greenpeace International, che si trovava in acque internazionali, arrestando altri 25 attivisti, tra cui un italiano.
" Chiediamo che tutti gli attivisti trattenuti vengano immediatamente rilasciati, che la Guardia Costiera abbandoni l'Arctic Sunrise e che vengano interrotte le trivellazioni petrolifere nell'Artico.
E' chiaro che le autorità  russe proteggono gli interessi dei giganti del petrolio. E lo fanno senza scrupoli, minacciando chi protesta pacificamente con idranti, pistole e coltelli. Loro ci hanno chiamato "terroristi", ma i veri criminali sono Shell e Gazprom, che vogliono trivellare un ecosistema delicato come l'Artico. "  da   
http://www.greenpeace.org/italy/it/
Io sono entrata nel sito di Greenpeace ed ho firmato la lettera di protesta da inviare all'ambasciata russa per chiedere la liberazione degli attivisti
Fatelo anche voi  !!!

lunedì 9 settembre 2013

8 settembre 1943

Ieri era il settantesimo anniversario dell’8 settembre 1943,  il giorno dell’armistizio, quando gli italiani, destituito Benito Mussolini da meno di un mese e mezzo, si arresero alle forze Alleate
In effetti l’armistizio era stato firmato cinque giorni prima, il 3,  ma poiché l’8 non aveva ancora avuto applicazione perché i vertici dell' Esercito italiano si consideravano impreparati a supportare l’azione degli Alleati, mentre in realtà erano impreparati ad affrontare la ovvia reazione tedesca, il generale americano Dwight Eisenhower diede l’annuncio alle 18,30 da Radio Algeri.
La notizia raggiunse il re Vittorio Emanuele III, che fu perciò obbligato a dare una conferma, diramata più di un’ora dopo.
 All’alba del 9 settembre, insieme con la famiglia, alcuni generali e alcuni ministri del governo Badoglio, il re lasciò Roma  fuggendo fino a Brindisi.  Un episodio vergognoso ed indegno, le cui conseguenze ricaddero quasi subito sulla pelle dei soldati italiani, lasciati ovunque allo sbando 
Roma era rimasta senza il re, senza il  governo,  senza generali, senza alcuna direttiva a chi restava in armi e no: se l’erano tutti data a gambe !!!
Nei dintorni di Roma c’erano sei divisioni italiane e soltanto due tedesche, ma l’armistizio informava della fine delle ostilità con gli Alleati . La gente festeggiava per strada, cantava e ballava e i soldati buttavano le armi e sostituivano le divise con abiti civili per tornare più in fretta a casa. Tutti erano felici e convinti  della fine della guerra.
Peccato che non fu così, purtroppo
Gli Italiani non si resero conto che l'Italia, Mussolini, il re ed un governo debole ed irresponsabile, si erano alleati al mostro germanico, ai Nazisti con i campi di sterminio e la folle politica di dominio
Se gli Italiani erano convinti  che i Tedeschi l’avrebbero presa con un’alzata di spalle, si sbagliavano di grosso
Rosario Romeo dichiarerà una verità cruda e deprimente: noi Italiani eravamo un popolo di «antifascisti e antitedeschi dalla venticinquesima ora», noi Italiani eravamo un popolo «moralmente e intellettualmente» incapace di cogliere la gravità dei suoi atti, o della sua indolenza. Questo valeva anche e soprattutto per il re, naturalmente, che aveva appoggiato ogni scelta autoritaria e liberticida del Duce, e che mai aveva trovato il coraggio di trarre le conseguenze di quel regime e di quella guerra: se ne restò imbelle al Quirinale, aspettando la mossa di altri, o il lampo del famoso stellone. Nei suoi diari, accreditati dallo storico De Felice, Dino Grandi (ministro degli Esteri e ambasciatore a Londra, il 25 luglio ’43 ministro Guardasigilli e presidente della Camera) scriveva di aver chiesto ripetutamente a Vittorio Emanuele III di prendere in mano la situazione, ripristinare lo Statuto Albertino e restituire prerogative alle istituzioni. Bisognò attendere che Grandi entrasse al Gran Consiglio con l’ordine del giorno che di fatto abbatteva il Duce, e con due bombe a mano in tasca, un raro esempio di un regime autoaffondato.
Pochi giorni dopo le truppe naziste occuparono il suolo italiano e sappiamo come andò a finire... due anni di guerra, di lotte fratricide, di pochi che inizialmente fuggirono in montagna per combattere, dei soldati italiani in fuga catturati e spediti nei campi di concentramento nazisti a lavorare come schiavi, dei bombardamenti, di uomini donne e bambini trucidati in stragi senza senso, come a Boves o a Stazzema e Marzabotto, di orrori senza fine fino al 25 aprile 1945,  il giorno della Liberazione, quando Mussolini rimase a Milano sino al tramonto, a colloquio col cardinale Schuster, e poi fuggì lasciando campo libero al Comitato di liberazione