lunedì 19 maggio 2008

Don Ciotti e la cacciata dei Rom


Commento di Don Luigi Ciotti alla foto pubblicata sullo sgombero dei rom di Ponticelli.
* Articolo apparso sull' Unità del 16 maggio 2008*

Cara signora, ho visto questa mattina, sulle prime pagine di molti quotidiani, una foto che La ritrae. Accovacciata su un furgoncino aperto, scassato, uno scialle attorno alla testa. Dietro di Lei si intravedono due bambine, una più grande, con gli occhi sbarrati, spaventati, e l'altra, piccola, che ha invece gli occhi chiusi: immagino le sue due figlie. Accanto a Lei la figura di un uomo, di spalle: suo marito, presumo. Nel suo volto, signora, si legge un'espressione di imbarazzo misto a rassegnazione. Vi stanno portando via da Ponticelli, zona orientale di Napoli, dove il campo in cui abitavate è stato incendiato. Sul retro di quel furgoncino male in arnese – reti da materasso a fare da sponda – una scritta: "ferrovecchi".
Le scrivo, cara signora, per chiederLe scusa.
Conosco il suo popolo, le sue storie.
Proprio di recente, nei dintorni di Torino, ho incontrato una vostra comunità: quanta sofferenza, ma anche quanta umanità e dignità in quei volti.
Nel nostro paese si parla tanto, da anni ormai, di sicurezza.
E' un'esigenza sacrosanta, la sicurezza.
Il bisogno di sicurezza ce lo abbiamo tutti, è trasversale, appartiene a ogni essere umano, a ogni comunità, a ogni popolo.E' il bisogno di sentirci rispettati, protetti, amati. Il bisogno di vivere in pace, di incontrare disponibilità e collaborazione nel nostro prossimo.
Per tutelare questo bisogno ogni comunità, anche la vostra, ha deciso di dotarsi di una serie di regole. Ha stabilito dei patti di convivenza, deciso quello che era lecito fare e quello che non era lecito, perché danneggiava questo bene comune nel quale ognuno poteva riconoscersi.
Chi trasgrediva la regola veniva punito, a volte con la perdita della libertà. Ma anche quella punizione, la peggiore per un uomo – essendo la libertà il bene più prezioso, e voi da popolo nomade lo sapete bene – doveva servire per reintegrare nella comunità, per riaccogliere.
Il segno della civiltà è anche quello di una giustizia che punisce il trasgressore non per vendicarsi ma per accompagnarlo, attraverso la pena, a un cambiamento, a una crescita, a una presa di coscienza.
Da molto tempo questa concezione della sicurezza sta franando.
Sta franando di fronte alle paure della gente.
Paure provocate dall'insicurezza economica che riguarda un numero sempre maggiore di persone – e dalla presenza nelle nostre città di volti e storie che l'insicurezza economica la vivono già tragicamente come povertà e sradicamento, e che hanno dovuto lasciare i loro paesi proprio nella speranza di una vita migliore.
Cercherò, cara signora, di spiegarmi con un'immagine.
E' come se ci sentissimo tutti su una nave in balia delle onde, e sapendo che il numero delle scialuppe è limitato, il rischio di affondare ci fa percepire il nostro prossimo come un concorrente, uno che potrebbe salvarsi al nostro posto.
La reazione è allora di scacciare dalla nave quelli considerati "di troppo", e pazienza se sono quasi sempre i più vulnerabili.
La logica del capro espiatorio – alimentata anche da un uso irresponsabile di parole e immagini, da un'informazione a volte pronta a fomentare odi e paure – funziona così.
Ci si accanisce su chi sta sotto di noi, su chi è più indifeso, senza capire che questa è una logica suicida che potrebbe trasformare noi stessi un giorno in vittime.
Vivo con grande preoccupazione questo stato di cose.

La storia ci ha insegnato che dalla legittima persecuzione del reato si può facilmente passare, se viene meno la giustizia e la razionalità, alla criminalizzazione del popolo, della condizione esistenziale, dell'idea: ebrei, omosessuali, nomadi, dissidenti politici l'hanno provato sulla loro pelle.
Lo ripeto, non si tratta di "giustificare" il crimine, ma di avere il coraggio di riconoscere che chi vive ai margini, senza opportunità, è più incline a commettere reati rispetto a chi invece è integrato.
E di non dimenticare quelle forme molto diffuse d'illegalità che non suscitano uguale allarme sociale perché "depenalizzate" nelle coscienze di chi le pratica, frutto di un individualismo insofferente ormai a regole e limiti di sorta.
Infine di fare attenzione a tutti gli interessi in gioco: la lotta al crimine, quando scivola nella demagogia e nella semplificazione, in certi territori può trovare sostenitori perfino in esponenti della criminalità organizzata, che distolgono così l'attenzione delle forze dell'ordine e continuano più indisturbati nei loro affari. Vorrei però anche darLe un segno di speranza.
Mi creda, sono tante le persone che ogni giorno, nel "sociale", nella politica, nella amministrazione delle città, si sporcano le mani. Tanti i gruppi e le associazioni che con fatica e determinazione cercano di dimostrare che un'altra sicurezza è possibile.
Che dove si costruisce accoglienza, dove le persone si sentono riconosciute, per ciò stesso vogliono assumersi doveri e responsabilità, vogliono partecipare da cittadini alla vita comune.
La legalità, che è necessaria, deve fondarsi sulla prossimità e sulla giustizia sociale.
Chiedere agli altri di rispettare una legge senza averli messi prima in condizione di diventare cittadini, è prendere in giro gli altri e noi stessi.
E il ventilato proposito di istituire un "reato d'immigrazione clandestina" nasce proprio da questo mix di cinismo e ipocrisia: invece di limitare la clandestinità la aumenterà, aumentando di conseguenza sofferenza, tendenza a delinquere, paure.
Un'ultima cosa vorrei dirLe, cara signora.
Mi auguro che questa foto che La ritrae insieme ai Suoi cari possa scuotere almeno un po' le nostre coscienze.
Servire a guardarci dentro e chiederci se davvero questa è la direzione in cui vogliamo andare. Stimolare quei sentimenti di attenzione, sollecitudine, immedesimazione, che molti italiani, mi creda – anche per essere stati figli e nipoti di migranti – continuano a nutrire.
La abbraccio, dovunque Lei sia in questo momento, con Suo marito e le Sue bambine.
E mi permetto di dirLe che lo faccio anche a nome dei tanti che credono e s'impegnano per un mondo più giusto e più umano.
Luigi Ciotti presidente del Gruppo Abele e di Libera.

12 commenti:

marina ha detto...

Sì, Ciotti parla per tanti di noi, ma molti di più e ad alta voce, si dichiarano soddisfatti da questi spettacoli.
che schifo
marina

duccio ha detto...

"Il segno della civiltà è anche quello di una giustizia che punisce il trasgressore non per vendicarsi ma per accompagnarlo, attraverso la pena, a un cambiamento, a una crescita, a una presa di coscienza.
Da molto tempo questa concezione della sicurezza sta franando.
Sta franando di fronte alle paure della gente." questo è il nocciolo della questione secondo me, cara Erica, paura cavalcata dalla destra ed alla quale il centro sinistra non ha saputo contrapporre e proporre valori e ricette condivisibili, credibili. Ma la frittata non si è rotta adesso, è stata fatta male negli ultimi anni. Prendo spunto anche dalla vicenda Travaglio e dal testo della Spinelli di cui tu parli. La madre di tutti gli errori è il conflitto di interessi, brodo salvifico che ha nutrito tutti gli altri mali del nostro tempo. Sono convinto che purtroppo di strada se ne dovrà fare tanta, per strada la gente parla ad alta vove per farsi sentire "ci siamo tolti dai coglioni i comunisti", intanto prende il sopravvento il pensiero dell'uomo qualunque, di quello che non vede oltre il proprio orticello, di chi crede e vuole fare come gli pare, senza regole, tanto c'è la destra, agli immigrati ci pensano loro, niente più stato sociale tnto io evado e condono tutto. Che tristezza.
;-) duccio
scusami se passo poco, navigo poco in generale, sono demotivato, come scioccato da questa Italia in cui non mi riconosco più. Non mi basta sapere che c'è tanta brava gente, tanto volontariato se il risultato è la pulizia etnica!!!

BC. Bruno Carioli ha detto...

Quoto marina.

Paolo ha detto...

E' un discorso doloroso Erica, come è doloroso assistere alla deriva razzista del nostro "bel" paese, alla paura aggressiva del diverso. Purtroppo ciò che veniva detto a mezza bocca, ora è urlato per vie istituzionali.

Anonimo ha detto...

Pulizia etnica???
Spettacoli di oppressione dei più deboli???
Ma dove vivete, in Trentino?
Fatevi un viaggetto a Roma per esempio (magari Lampedusa è troppo lontana) e andate a vedere come sono realmente le cose invece di compatirvi e ergervi ad ultimi difensori del Giusto e del Sacro.
Informatevi davvero sui molti risvolti (economici ad esempio) di una faccenda che non è soltanto 'umana'.
E alla fine, quando davvero avrete un'idea completa dell'argomento, andate da chi è stato derubato sull'autobus o in casa, da chi è stato investito sul marciapiede, da chi è stato ucciso di botte per un portafoglio e dite loro che non sono le vittime ma anzi proprio il contrario.

ericablogger ha detto...

pregherei cortesemente il signore che scrive qui sopra di mettere il proprio nome
scrivere le solite frasi trite e ritrite va bene, ma restare anonimi significa non avere il coraggio di dire pubblicamente a tutti quello e chi si è !!!
grazie ericablogger

Anonimo ha detto...

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Artemisia ha detto...

Ma perche' non ce ne sono tanti come Don Ciotti!
Anch'io come Duccio sono demotivata e scioccata da questa Italia che non riconosco piu'.

Anonimo ha detto...

benale e poco interessante. ma i rom di omegna, invece?