sabato 20 ottobre 2007

Missione Possibile

Questa storia vera che oggi vi racconto iniziò nel lontano 1964 quando un giovane sacerdote, don Gianni Sacco, ordinato nel 1956, dopo essere stato per qualche anno coadiutore presso la parrocchia di Trecate, diocesi di Novara e poi parroco di Fervento, piccolissimo paese dell’alta Valsesia, sempre in Piemonte, chiese all’allora Vescovo di Novara di poter andare in qualche missione dei paesi del Terzo Mondo, in virtù di quanto era appena stato reso possibile dalle direttive conciliari.
Sacerdoti delle Chiese “ricche ed evolute” che venivano inviati - Fidej Donum- in aiuto alle chiese più povere sparse un po’ ovunque nel mondo.
Don Gianni chiese questo al Vescovo perché si sentiva penalizzato e sprecato in un piccolissimo centro di poche centinaia di abitanti.
Lui era infatti un tipo esplosivo, dinamico, ricco di carisma, forza fisica e desideroso di offrire la sua vita a quelle popolazioni costrette a vivere in condizioni miserabili e non ancora raggiunte dal Messaggio Evangelico
Don Gianni chiese anche di poter andare in Africa, dove già esistevano missioni della diocesi novarese, ma la “Provvidenza”, come dice sempre lui, dispose diversamente e si ritrovò in uno sperduto paesino del Brasile, nello Stato del Minas Gerais, a Pescador.
La parrocchia a lui affidata aveva delle dimensioni molto estese -circa 1500 km quadrati-, con una popolazione di circa 15.000 abitanti residenti in 3 grossi centri, Pescador, Nova Modica e Sao Josè do Divino, ciascuno di circa 3000 abitanti, e la parte rimanente disseminata in una miriade di piccoli villaggi, casolari, fazende ...
Lo Stato del Minas Gerais è infatti molto grande ed anche ricchissimo di risorse naturali, di miniere di pietre preziose ed altro.
Quella zona in particolare però è principalmente agricola, con la presenza di pascoli estesissimi ove si pratica l’allevamento del bestiame allo stato brado.
La caratteristica principale della zona, ma tipica anche di altre zone del Brasile, è il latifondo.
La terra è nella mani di pochi ricchissimi proprietari che posseggono, ciascuno, migliaia di capi di bestiame.
Nessun investimento in attrezzature, ricerca o quant’altro viene effettuato.
La manodopera impiegata è molto scarsa e mal retribuita.
L’allevamento concepito in quel modo infatti non richiede molta specializzazione. L’erba non manca, tutto è basato sulla quantità di bestiame e non sulla sua qualità o redditività. Bastano alcuni “vacheros” per la custodia e qualche mungitore.
La stragrande parte della popolazione quindi non ha la possibilità di avere neppure un piccolo appezzamento di terra da poter coltivare per le necessità della famiglia.
Quella che era la famosa “Riforma agraria”, scritta sulla nuova Costituzione del democratico Brasile, che prevedeva la destinazione di buona parte della terra agricola ai contadini, è rimasta solamente scritta ma mai attuata.
E’ questa in definitiva la grande tragedia che caratterizza il Brasile.
Questa situazione è stata ed è voluta dalla classe dirigente, che è rappresentata da grandissimi proprietari terrieri che a loro volta godono della protezione degli Stati Uniti, dell’Europa, del Giappone e di tutte le grandi multinazionali là ben presenti.
Salari bassissimi, sfruttamento della manodopera, livello scolastico volutamente tenuto basso, assistenza sanitaria pessima, sistema previdenziale molto carente, corruzione diffusissima ad ogni livello, fanno del Brasile un paese ancora posizionato su livelli medio bassi quando invece avrebbe le potenzialità per essere una grande potenza economica mondiale.
Il clima favorevole, l’abbondanza dell’acqua, le terre fertilissime potrebbero permettere fino a due o tre raccolti all’anno dello stesso prodotto, ma niente viene fatto per cercare di uscire da questa situazione che è molto comoda per pochi a discapito di molti.
L’estremo lembo interno della missione di Pescador è collegato con la strada nazionale tramite una piccolissima via di comunicazione, tutt’ora non completamente asfaltata, di circa 40 km. che, nel periodo estivo, durante il quale piove molto, rimane impraticabile.
Questo è un altro grosso limite allo sviluppo della regione sotto ogni punto di vista.
I politici promettono grandi cose prima di ogni elezione e poi non rispettano gli impegni presi.
La popolazione ha una scarsissima preparazione culturale e quindi non è in grado di rovesciare una simile situazione. In questa realtà giunse don Gianni 43 anni fa.
Per oltre 20 anni ha vissuto in una misera casetta di mattoni e fango, disponendo, come unico mezzo di trasporto, di una mula con la quale raggiungeva, normalmente di notte, i vari punti della missione.
I suoi rientri in Italia avvenivano ogni 5 anni e durante questi rientri faceva visita ai tanti amici che aveva qui nella nostra zona.
Grazie soprattutto agli aiuti che queste persone generose e buone gli davano, egli è riuscito a costruire una quantità enorme di chiese, case per poveri, strutture parrocchiali, un’officina meccanica ed una falegnameria attrezzate, un ospedaletto - ora chiuso per latitanza del governo-, una bella casa di riposo, che ora è gestita dalla volontaria laica di Omegna Francesca Visconti, asili per bambini orfani o abbandonati e molte altre cose.
Si è sempre impegnato anche nel settore scolastico: è stato anche direttore delle scuole frequentate da migliaia di ragazzi.
La sua passione per la musica lo ha portato a costituire anche una banda musicale formata da soli ragazzi e giovani.
E’ questa un’attività molto importante, volta principalmente a distogliere i ragazzi dalla strada, offrendo loro un impegno che per loro è anche un divertimento, dato che la musica è parte integrante della cultura brasiliana.
Il campo di azione di don Gianni però è molto esteso e va ben oltre i confini della sua parrocchia.
Egli è impegnato nell’azione di recupero dei tossicodipendenti, dei carcerati, sul fronte del movimento dei “Sem Terra” - centinaia e centinaia di nuclei familiari poverissimi formati da contadini ai quali lo Stato ha promesso l’assegnazione delle terre, ma che sono da anni ospitati in desolati accampamenti senza acqua, servizi igienici, scuole -.
Nella sua casa ha ospitato dalla nascita ben 8 bambini, ormai cresciuti - il primo ha 21 anni -.
La sua casa è sempre aperta ogni giorno ad una miriade di persone che bussano per chiedere un pezzo di pane e qualche chilo di fagioli.
Lui dice che i poveri non si possono cacciare perché glieli manda il “Padrone del mondo”. La Provvidenza è sempre stata grande e, grazie ad essa, non è mai cessata questa preziosissima attività di assistenza e di efficace “promozione umana”.
Chi ha conosciuto don Gianni ed ha avuto modo di vedere l’ambiente in cui opera, le situazioni difficili che ha incontrato ed incontra ancora oggi, può ben dire che è un uomo straordinario.
Questo ben lo sa la sua gente che lo ama moltissimo e che per “padre Joao” farebbe ogni cosa.
Lo sanno molto bene anche i moltissimi amici italiani che in tutti questi anni lo hanno sostenuto sia materialmente che moralmente in momenti molto, molto difficili.
Il “Club di Pescador” è nato circa 18 anni fa, da un primo gruppo di coppie che si erano recate a Pescador per adottare dei bambini.
Il primo nucleo era formato da 13 coppie che, accomunate dall’esperienza straordinaria dell’adozione, hanno deciso di dar vita ad un gruppo informale che potesse iniziare un’azione di sensibilizzazione sul problema missionario e quindi anche di raccogliere degli aiuti da poter inviare “direttamente” alla missione, senza transitare da altri canali, e proponendo la realizzazione di “micro-progetti”.
A questo iniziale piccolo drappello si sono via via aggiunti molti altri amici ed ora sono oltre 600 le persone che, in vario modo e misura, collaborano per aiutare l’amato popolo della missione di Pescador.
Il nucleo più consistente di questi amici risiede in Piemonte, nella diocesi di Novara, ma anche in Lombardia, Liguria ed Emilia Romagna vi sono tanti collaboratori.
La forme di aiuto sono le più varie: si va dai mercatini rionali e natalizi, alle feste campestri, alle raccolte presso scuole e negozi, alla realizzazione di libri da vendere, alla promozione di iniziative particolari presso aziende come quella di destinare alla missione il controvalore degli omaggi natalizi dei clienti o dei dipendenti. Progetti piccoli o grandi vengono proposti da don Gianni e lasciati alla libera iniziativa dei singoli gruppi locali o delle singole persone amiche.
Gli aiuti vengono depositati su un conto corrente aperto 17 anni fa e successivamente spediti direttamente in Brasile alla missione di don Gianni, tramite bonifico bancario, senza passaggi intermedi.
don Gianni ha anche un indirizzo di posta elettronica in Brasile :
pejoao@uaivip.com.br
ed il suo indirizzo, per chi volesse scrivere col metodo tradizionale, è il seguente:
Padre Giovanni Sacco
Rua Bertulino Martins De Melo 332
35114-000 PESCADOR (MG) B R A S I L
Per Info su progetti e aiuti, contattare l'amico referente di don Gianni qui in Italia, Luciano, bialuci@libero.it
Per conoscere le attività di Francesca visitare il sito internet dell'Associazione di Volontariato "MISSIONE POSSIBILE" di Omegna (VB) www.missionepossibile.it

Ringrazio Bianca e Luciano che mi hanno inviato il materiale necessario per raccontare Missione Possibile
Io conosco personalmente Francesca da quando era una bambina e lavoravo con sua mamma, che ci ha lasciato all'inizio del 2007, purtroppo, per un male incurabile, ed ho ritenuto quindi importante raccontare la storia di questo sacerdote e del grande lavoro che svolge in Brasile da anni
Anche Francesca è partita giovane volontaria piena di coraggio alcuni anni fa proprio qui da Omegna ed a Pescador ha trovato la sua vita ed un compagno per la vita
Un augurio a tutti loro e al loro grande coraggio affinchè continuino a lungo la loro missione in una terra straniera e lontana, ma ormai così vicina anche per noi!

19 commenti:

Giulio in Canada ha detto...

Ciao a tutti... Il collegamento Toronto-Omegna va sempre a singhiozzi (ha fallito una volta a meta' settimana)... Quindi ne approfitto.
La storia di Gianni, Don Gianni, della tua amica Francesca della parrocchia di 1500 km quadrati, e tutto mi ha preso molto.
Non nascondo mai il mio pensiero a riguardo di citta' del Vaticano e ci vado pesante perche' la penso cosi', e non nascondo neanche la mia distanza verso tutte le Religioni, ma anche di piu' verso la Religione Cristiana -inclusa quella Cattolica.
Il lavoro di Don Gianni e di tutte le altre persone che si sono man mano aggregate e' un lavoro fantastico -Naturalmente non conosco padre Gianni, ma immagino che ce ne e' tanti come lui. Per loro immagino sia scelta e vocazione -a tempo indeterminato- Io che pure sono cosi' critico, non credo ho la forza di durare cosi' a lungo...
Certo che leggere queste storie mi aiuta a mantenere un certo equilibrio nel modo con cui ordino la importanza delle cose -- ma non basandomi (troppo) sul 'senso di colpa' verso che fa vita dura - quello cerco di tenerlo lontano da me... ma semplicemente pensando a quello che sta succedendo laggiu' in Pescador con volonta' ed impegno.... Ciao

Franca ha detto...

Il mio giudizio sul Vaticano è molto critico, ma la Chiesa fortunatamente non è fatta solo dall'apparato. E' fatta anche dai singoli individui come il prete di cui tu hai parlato e al quale va tutta la mia stima.
L'America latina purtroppo ancora no riesce a liberarsi dal gioco di tanti suoi atavici problemi anche, e soprattutto, a causa degli interessi statunitensi che in quelle regioni hanno fatto il bello e il cattivo tempo.
Adesso sembra che il vento stia cambiando e in diversi paesi c'è il tentativo di una politica diversa, anche tramite alleanze tra stati sudamericani per affrancarsi dai vincoli della BCM.
Speriamo che possano farcela

Luciano ha detto...

Ringrazio "Giulio in Canada" per aver letto immediatamente la splendida "storia vera" di don Gianni e Francesca che Erica ha voluto narrare. Io, che sono diretto testimone di tutto questo perchè sono stato laggiù per ben quattro volte e complessivi 7 mesi, posso tranquillamente affermare, al di là delle credenze e convinzioni religiose di ciascuno, che si tratta di due persone straordinarie che hanno abbracciato il Vangelo e che soprattutto lo hanno testimoniato con la vita. Questo è ciò che conta e non le belle parole dette, a 10.000 km di distanza, da molti (anche addetti al lavori) che si riempiono soltanto la bocca e si gonfiano il petto.
Caro Giulio, spero che questi "testimoni" possano aiutarti a ridurre le distanze che dici di avere ancora nei confronti della Religione Cattolica, ma che io credo non siano poi così lunghe.
Ti saluto cordialmente e spero di avere ancora modo, grazie ad Erica, di scambiare qualche impressione.
Nel frattempo coltiviamo tutti insieme la Speranza.
Ciao, Luciano.

giulia ha detto...

Che starne coincidenze, io ho incontrato in Brasile un altro sacerdote che si chiama padre Giovanni e lavora proprio nello stesso stato, solo che è a Teofilo Otoni. Anche lui fa un lavoro straordinariamente bello di cui parlerò. Sono anadata per due anni a trovarlo e ho visto con i miei occhi. E' stato un incotro bellissimo cheancora adesso conservo nel miocuore. Quest'anno non ho potuto anadre e mi è dipsiaciuto moltissimo. E' incredivile quanta gente fa del bene e costruisce cose bellissime e se ne parla troppo poco. Un abbraccio, carissima Erica, buona domenica Giulia

Anna ha detto...

Bello, utile, santo ed edificante il lavoro di don Gianni. Anche io sono lontanissima dal Vaticano e da tutto ciò che ogni giorno ci propina, ma credo in queste creature che fanno del bene davvero, con azioni attive a tangibili. L'unica cosa che obietto è quel "popolazioni non ancora raggiunte dal messaggio evangelico": è così importante, per fare del bene, essere anche portatori del verbo cristiano? Bisogna per forza fare degli adepti? Non è voler essere polemica a tutti i costi: è solo per capire.

Sergio ha detto...

Purtroppo ho pochissimo tempo, ma questa sera mi riprometto di dire la mia a proposito dell'Associazione "Missione Possibile" di Omegna

Sergio ha detto...

Ogni promessa è un debito, per cui eccomi qui a dire due parole sulla nostra Associazione "Missione Possibile". Associazione nata in quel di Omegna circa 3 anni or sono per dare una mano a Francesca a Pescador; ne fanno parte persone che l'hanno vista nascere ed altre che con lei hanno condiviso parte del suo cammino.
Molto sinteticamente ci diamo da fare per aiutare i "meno che sono i più"di Pescador per i quali la nostra Franki non ha esitato a partire.Abbiamo iniziato un "azionariato popolare" aperto a tutti coloro che vogliono darci una mano (5 € mensili, se qualcuno vuol dare di più è ben accetto!)e ogni mese li inviamo a Francesca per il sostentamento della Casa di Riposo (Asilo) di Pescador. Ci sono poi le adozioni a distanza: quasi tutti gli ospiti dell'"Asilo"sono senza sostentamenti, men che meno di pensione, per cui raccogliamo 80 € mensili che sono l'equivalente di una pensione minima mensile di 240 reali: di questo si occupa l'inossidabile ed inesauribile Sig. Giovina (qualcuno non la conosce?).
Ogni tanto in qualche parrochhia raccogliamo le offerte delle S.Messe e non disdegniamo i vari mercatini.Nella estate appena trascorsa, a causa di una epidemia di meningite fulminante abbiamo fatto vaccinare con il contributo della popolazione di Omegna 48 bambini di Pescador.
Poi, insieme alla Canottieri Città di Omegna, nel mese di Luglio, organizziamo la traversata a nuoto di Omegna: "da riva a riva" e con parte del ricavato sosteniamo per un mese i nostri amici brasiliani.
Ci avrete visto magari ad armamentare con le sedie durante il Caravanserraglio: tutto ciò per dare una mano a Francesca , anche perchè quando nel 2003 andò in terra brasiliana, le promettemmo di farle giungere il nostro aiuto!
Le mie sono notizie "veloci" e frammentarie, ma se la cosa vi incuriosisce e volete darci una mano, in qualsiasi modo, potete andare sul nostro sito www.missionepossibile.it
Spero di non avervi tediato, a risentirci, Sergio

Adriana ha detto...

Sono veramente felice che sia stato creato un blog su Don Gianni e su Francesca.
Don Gianni lo conosco da parecchi anni; da quando ha lasciato Trecate per esprimere la sua grande bontà in un paese lontano e umanamente con grandi problemi dal punto di vista sociale e umano.
Poichè l'esuberanza di Don Gianni,non poteva certo essere contenuta solo nel territorio trecatese, andando in Brasile detta esuberanza ha potuto essere espressa in tutta la regione, diventando per le persone che si rivolgevano a lui, un punto di riferimento per la soluzione di ogni problema sia morale che sociale.
E' rimasto però nei cuori degli amici trecatesi che lo hanno conosciuto e rimpianto e che ancora oggi aspettano il suo rientro per abbracciarlo.

Osvaldo Contenti ha detto...

Ciao Erica, ciò che hai raccontato (benissimo)in questo post fa parte di quelle pagine che riescono a riavvicinarmi momentaneamente a quello che considero lo spirito più autentico della Chiesa. In netto contrasto, però, ad esempio, con la sventurata e anacronistica scelta della stessa di schierarsi contro l'uso del preservativo, e quindi facilitando implicitamente la diffusione dell'AIDS proprio nelle zone più povere del mondo. Che imperdonabile sciocchezza!
Ti abbraccio,
Osvaldo :)

Blog news ha detto...

Per fortuna , penso sia uno su 30mila , c'è qualche prete che fà qualcosa di buono , sopratutto in Brasile dove la chiesa apostolica romana non è vista molto bene!

Adriana ha detto...

La possibilità di parlare di Don Gianni Sacco che opera a Pescador in Brasile, mi ha stimolato a rileggere alcune lettere indirizzate a me e agli "Amici del Club di Pescador".
La prima che ho ricevuto in occasione dei suoi auguri per il S. NATALE 2000 oltre che a informarci dei molti bisogni dei suoi protetti a cui fa visita e di quelli che ogni giorno bussano alla sua porta per chiedere aiuto, contiene anche una struggente riflessione:
LA TECNOLOGIA 2000, NON E' ANCORA CAPACE DI DIVIDERE IN PARTI GIUSTE, IL PANE PER OGNI PERSONA.
ACCANTO A COSTRUZIONI SOFISTICATE, SORGONO ANCORA TROPPE CASE DI FANGO, SENZA IL MINIMO PER UNA ESISTENZA A LIVELLO UMANO.
NON CI SONO ANCORA SENSORI PER MISURARE LA SOFFERENZA FISICA E MORALE DI CHI SOFFRE LA FAME.
TROPPA UMANITA' PASSA ACCANTO AI BAMBINI ABBANDONATI E TROVA LA SCUSA PER NON AMARLI:"SONO DELINQUENTI"
CHI HA INSEGNATO L'AMORE E' NATO 2000 ANNI FA: TROPPO TEMPO PER AVERNE ANCORA UN RICORDO" e termina: Con la speranza che l'umanità riesca a costruire un mondo più felice nel prossimo secolo, vi auguro, di tutto cuore e con profonda riconoscenza, un Santo Natale ricco di gioia e di speranza!

Luciano ha detto...

Qualche anno fa un folto gruppo di giovani di Omegna ha voluto fare un'esperienza forte andando presso la missione di Pescador (Brasile). In quella occasione don Gianni ha scritto una bella poesia che si ricollega molto bene alla realtà di quella zona, famosa per le pietre preziose (fortuna di pochi), ma anche per le miserie di molta gente, per il dramma del latifondo, per la tragedia della favela e dei bimbi abbandonati, per la disperazione dei "Sem Terra".
Mi par giusto riproporla perchè ricca di significato e soprattutto di Speranza.

UN VIAGGIO, UN PAESE DIVERSO E LA SPERANZA.....

Giovani che venite da lontano cosa cercate?
Qui son passati avventurieri, cercatori di pietre preziose, uomini santi al servizio di Dio, umili frati dalla vita sofferta, indios massacrati dalla cupidigia umana...!

Cosa cercate, voi giovani? Qui la gente spera nel domani che non arriva, nella pioggia che manca, nel domani dei loro bimbi affamati!

Qui il povero sogna di avere un campo, una fonte, un pezzo di pane, un tetto che sia suo!

C'è il filo spinato che racchiude ricchezze assurde, cuori di pietra mani senza misericordia!

Che cosa cerchi TU giovane venuto in nome della bontà?

* * * * * * * * * * *

Porto un cuore giovane che sogna e spera, un cuore che crede in te fratello: un'anima capace di amare!

Tu sei importante come il figlio di un re, bimbo della favela, fanciullo dagli occhi supplici affamato di baci!

Tu vali più di tutto l'oro del mondo, creatura abbandonata che nessuno vuole!

Tu grondi sudore e sangue uomo della terra, che ti manca, senza un campo da vangare, ai margini del latifondo che ti crocifigge!

Io non cerco nulla, fratello! Sono venuto solo per dirti che tutti noi crediamo in te, e senza più frontiere ci diamo la mano! Credi, per sempre!


Don Gianni Sacco 30 sett. 2003

Anonimo ha detto...

Carissima Erica,
grazie al tuo blog, ho potuto leggere la poesia che Don Gianni ha scritto:è il suo cuore che parla, il suo cuore che soffre; mi ha colpita e commossa.
IL cuore di Don Gianni è rimasto giovane malgrado le dolorose esperienze che ogni giorno la sua missione propone; capace di amare, di superare ogni delusione, di non dimnticare il bene ricevuto ma sopratutto capace di non esigere di essere di essere riamato.
Commovente e autentico il suo apostolato: testimone di quell'Amore divino che ogni creatura cerca anche quando volta le spalle al suo Creatore.
Adriana

Anonimo ha detto...

Tempo fa mi aveva colpito moltissimo una testimonianza, ripresa chissà come dal settimanale "Famiglia Cristiana, di un tal sacerdote Don Gianni Sacco missionario in Brasile che presumo sia lo stesso della "storia vera" scritta da Erica. La ripropongo perchè troppo bella.

L’ANGOLO DELLA SPERANZA

"Un fiore profumato nella palude"

Tra le mie esperienze, ricordo alcuni fatti che aiutano a ravvivare la speranza nella bontà umana. Ne racconto uno. La moglie di un certo "Serafim barba bianca" era a letto paralitica, in una povera stamberga, e cinque bambini denutriti, attorno a lei, la guardavano attoniti e silenziosi. La donna aveva piaghe da decupito grandi e maleodoranti, ed era bisognosa di un’assistenza speciale anche per le necessità personali.
Il marito lavorava a giornata per portare qualcosa per sfamare i bambini, e la casa rimaneva in stato di abbandono, infestata da mosche e ammorbata da odori malsani.
Le donne “pie” che avevo invitato a prendersi cura della povera infelice avevano rifiutato, adducendo ragioni sempre “valide” per chi non ha voglia di occuparsi degli altri.
Ritornando un giorno a casa dell’ammalata, ho trovato, seduta in un canto, una donna che in paese non godeva di buona fama per il "mestiere" che faceva. Era preoccupata per l’amica paralizzata a letto, e aveva gli occhi arrossati dalle lacrime. Le dissi: “Teresa, ti sentiresti di curare questa signora, ripulire la casa, lavare la biancheria, far da mangiare a questi bimbi? Io ti porto tutto il necessario”.
“Mi porta anche una bottiglia di acquavite? Per lavare certi panni alla roggia ci vuole stomaco!”. “Va bene. Quanto ti posso dare a settimana?”. “Ma non ci pensi neppure!”, rispose.
La casa diventò presto pulitissima, persino profumata, i bambini avevano i loro pasti regolari e la povera ammalata riceveva le cure necessarie. Dopo tre settimane la povera donna volò in Cielo, lasciando i cinque figlioli orfani e il povero Serafim in lacrime, sconsolato.
La missione di Teresa era terminata.
La chiamai, dicendole che il suo servizio era stato ammirevole e, ringraziandola, le offrii dei soldi. Mi guardò, rifiutando decisamente. Le dissi: “Teresa, questi soldi non sono per pagare il tuo lavoro perché la tua bontà potrà pagarla solo il Signore, sono solo un aiuto perché anche tu vivi tra tante difficoltà”.
“Ma se accetto i soldi, dove va a finire la mia carità?”. Alle mie insistenze, più risoluta mi rispose: “Allora, mi dica: quanti soldi si è fatto pagare il Cireneo per aiutare Gesù a portare la croce?”.
Povera Teresa, qualche anno dopo anche lei è morta. Sono certo che è volata in Paradiso: anche nelle “paludi” ci sono fiori bianchi e profumati . . .

DON GIANNI SACCO - BRASILE

giulia ha detto...

Ciao Erica, volevo salutarti. Devo essere sincera con te perchè sei stata tra le mie prime amiche blogger e tra tutte sei quella con cui ho sentito da subito più affinità. Mi dispiace che non passi più da me... Non volgio che ti si blocchi il computer, ma mi dispiace e mi mancano i tuoi commenti. Un abbraccio Giulia

Vecchio amico di don Gianni ha detto...

Io invece conservo gelosamente la commovente lettera che don Gianni ha inviato agli amici in occasione della S. Pasqua del 2006. Eccola:

Carissimi,
Vi penso sempre con tanto affetto e riconoscenza perché grande è il bene che ricevo da Voi con la preghiera, la bontà e gli aiuti che mi mandate per soccorrere tanta povera gente che bussa ogni giorno alla mia porta.
Il messaggio di Pasqua di quest’anno, lo affiderei ad alcuni fatti di vita semplice, povera e sofferta, di questa gente, che voi potete meditare nel Vostro cuore.

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Alvina si alza ogni giorno prima delle cinque. Mentre il marito prepara il cavallo per andare al lavoro, lei prepara il pranzo, mette la parte del marito in una marmitta termica e lascia l’altra parte al caldo, sul fornello a legna.
Il marito di Alvina se ne va al galoppo e lei si trattiene ad ascoltare il programma che faccio in una radio locale, alle sei del mattino: un programma di trenta minuti di carattere religioso a cui aggiungo quindici minuti di suggerimenti pratici a facili per la casa, la cucina, l’uso di piante medicinali, l’alimentazione, le regole della buona educazione, l’orto, l’allevamento di animali da cortile ed altri argomenti di immediata utilità.
Più tardi Alvina ha già messo in piedi i suoi due bambini, che invece di fare colazione devono pranzare subito, finire qualche compituccio o ripassare la lezione in fretta, perché il tempo stringe: alle ore dieci bisogna partire per andare a scuola. Alvina va insieme con i figli: Aline di dieci anni e Andrè di nove. Devono fare sei chilometri a piedi per raggiungere la fermata di un autobus che, dopo un’ora di scossoni e di frenate brusche, li scodella impolverati all’entrata della scuola.
Alvina sfrutta il tempo ed anche lei entra in classe: è già in prima media. Le lezioni incominciano a mezzogiorno.
Poco dopo le ore sedici, finita la scuola, si ritorna a casa, Un’altra ora di scossoni respirando la polvere che entra dalle porte sgangherate dell’automezzo, ed i sei chilometri da ripercorrere a piedi,
Dopo la cena i bambini ed il marito, stanchi ed assonnati, se ne vanno a nanna. Alvina deve ancora lavare la biancheria, rammendare qualche strappo nei pantaloni del marito e anticipare qualcosa per il pranzo del giorno dopo.
Verso mezzanotte, il gallo appollaiato sulla “goiabeira” di fronte alla cucina canta la prima volta. Alvina capisce che la sua giornata è finita e si concede qualche ora di riposo.

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La signora Elvira Antunes ha 87 anni. Era nata, nel 1919, nella “vila” di Monte Azul, nella parte settentrionale del Minas Gerais, e subito dopo essersi sposata all’età di 17 anni, ha accompagnato il marito che veniva in questa zona per trovare terre più fertili, con acqua e pascolo abbondanti. Marito e moglie, scalzi, conducendo a mano due muli carichi delle loro masserizie, dopo venti giorni di viaggio a piedi, bivaccando per strada, sono riusciti a sistemarsi in questa zona.
Con i pochi soldi portati da Monte Azul, e vendendo i due muli, hanno comperato un casolare e circa 150 ettari della foresta attorno.
In mezzo a quella foresta solo il loro casolare, la loro tenacia, la scure per abbattere gli alberi, un lumicino a petrolio per la notte e qualche pericolo, soprattutto da parte di serpenti velenosi.
Il casolare più vicino al loro era distante circa quattro chilometri: vi si poteva accedere percorrendo un sentiero, ricavato nel sottobosco a colpi di “facào”, il lungo coltellaccio in uso ai contadini come strumento di lavoro o come arma di difesa.
Dopo alcuni mesi di silenzio, di solitudine, di lavoro estenuante e di trepidante attesa, durante una notte, ecco un vagito. Nasceva, con l’aiuto di Dio e della mamma, il primo figlio della coppia coraggiosa.
Getulio, il papà, aveva preparato un po’ di acqua tiepida in una pentola di ghisa. Elvira tagliò il cordone ombelicale del neonato, si asciugò la fronte e ringraziò il Signore.
Quando il bimbo incominciava a sgambettare, riceveva in dono un fratellino. E nel corso di una trentina di anni, altri diciotto sono poi nati nello stesso casolare, allo stesso lumicino di petrolio, assistiti tutti dalle premure esclusive dei genitori ed allevati così, alla buona, con molto lavoro ed una scuoletta a sette chilometri di distanza, dove la maestra era una buona signora che sapeva leggere, scrivere e fare qualche conticino aiutandosi con le dita.
Ora il casolare è quasi vuoto: tutti sono partiti come rondinotti, qualcuno anche per il Cielo. La signora Elvira è rimasta solo con una figlia a vivere di ricordi, sempre sorridente ed affabile; usa gli occhiali, ci sente bene e ricorda tutto il suo passato con perfetta lucidità.
“Come sta, signora Elvira ? ”
“Sto nella Grazia di Dio”, sorride, mostra la corona del Rosario e guardando verso il cielo soggiunge: “Ormai …”

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Silene aveva dieci anni compiuti, andava bene a scuola, era intelligente ed in casa aiutava la mamma, carica di figli e di fastidi.
Il padre di Silene lavorava qualche giornata alla settimana quando non era ubriaco, ma i pochi soldi che guadagnava li spendeva quasi tutti a comperarsi la “pinga” (la grappa fatta col succo fermentato della canna da zucchero).
E per dar da mangiare ai bambini, la povera donna doveva ripulire e tenere in ordine la residenza e la biancheria del padrone, cucinare per i “vaqueiros” (mandriani) della fazenda, guadagnando quattro stentati soldi che le venivano pagati di malavoglia.
Il mattino di una domenica, il padre di Silene, trovata vuota la bottiglia della “pinga” e non ricordandosi di averla bevuta tutta il giorno prima, diventa furioso, Incomincia ad imprecare, a spaventare i bambini con i suoi gridi, a dar spintoni alla moglie.
Poi prende la bottiglia vuota, la mette in mano a Silene e le dice: “Vai di corsa, subito ! Va dal vecchio Nò e compera un litro di “pinga”.
La moglie gli fa osservare che la bambina stava aspettando l’ora del pranzo per mangiare qualcosa e, naturalmente, non poteva fare a piedi cinque o sei chilometri di andata ed altrettanti di ritorno, a stomaco vuoto, per comperare quella maledetta “pinga” dal vecchio Nò.
“Taci tu, vecchia strega, grugnì l’ubriacone, non è così che si educano i figli !”
Silene corse via accompagnata dal suo fido cagnolino color castagna, che la seguiva scodinzolando. Il vecchio Nò disse a Silene: “Tuo padre non ha cervello! Gli mando la “pinga” se no è peggio per te, povera creatura, ma appena lo vedo gli dico io quello che si merita”.
Il sole era cocente. Il vecchio Nò accompagnò con lo sguardo quell’esile figura di bimba fino a quando scomparve, a passi veloci, nella discesa del guado della Macaquinha.
Mancava poco più di un chilometro per arrivare a casa. Silene era stanca, assetata, esausta. Lungo il percorso, neppure una fonte, ma solo erba e bestiame al pascolo sotto un sole martellante.
Si coricò all’ombra di un folto cespuglio, tolse il tappo della bottiglia ed incominciò a bere nell’illusione di trovare un po’ di ristoro al suo sfinimento.
Il cagnolino, ormai vicino a casa, proseguì da solo ed andò a sdraiarsi sotto una pancaccia di quel povero casolare desolato.
La mamma aspettava che Silene arrivasse subito, anche lei. Ma invano.
“Mio Dio – disse - che le sia successo qualcosa ?”.
Uscì di corsa senza badare agli urli sgraziati del marito che la richiamava indietro.
Silene si era addormentata dopo aver bevuto quasi metà della “pinga”, ma aveva gli occhi aperti, fissi guardando verso il cielo. La mamma la chiamò, la scosse, la prese in braccio. Silene era morta.

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Il padre di Ana Lùcia è vaquero (mandriano) come tanti altri. Guadagna poco ma riesce a tirare avanti con la sua famiglia, anche perché due o tre figli portano già a casa qualche soldino.
Ana Lùcia, bimba molto vivace, aveva otto anni quando una mucca del padrone le aveva sfondato il torace con una cornata.
Il papà accorso prontamente aveva capito che il caso era grave e con la corsa veloce di un buon cavallo al suo calesse, rapidamente raggiunse il medico del paese.
“Josè – gli disse il medico – la bambina deve essere ricoverata in carattere di urgenza in un ospedale di Teòfilo Otoni. Non c’è tempo da perdere”.
“Ma in quale ospedale ?” – chiese il padre. “E che ne so io. Dio glie la mandi buona !”
Qualche ora dopo mezzanotte, Josè, respinto già da tre ospedali con le scuse più disparate, (ma in realtà perché era un povero mandriano) finalmente era stato accolto e fatto accomodare in un corridoio dell’ospedale municipale della città.
Un’infermiera avvisò Josè che il medico di guardia non poteva venire subito perché era occupato con un ammalato grave.
“Deus e mais nada !” – rispose Josè. (Dio e nulla più).
La fronte di Ana Lùcia era imperlata di sudore. Il respiro si faceva sempre più difficile e affannoso per il sangue che si versava all’interno del polmone inciso dalla costola fratturata. Josè le chiese se aveva sete.
“Papà – rispose Ana Lùcia – io sento che muoio, però tu dì alla mamma di non piangere per me !”
“Ma cosa dici – rispose il papà asciugandosi alcune lacrime col dorso della mano – adesso viene il medico …”
“No, papà, io muoio … io muoio. Abbracciami, abbracciami papà, oh papà … io …i… “.
Josè rimase immobile, seduto, con la sua bimba fra le braccia, coperta da un asciugamani che aveva portato con sé.
L’attesa non fu molto lunga. Arrivò il medico di guardia.
“Scusi, è lei Josè, un vaquero di Pescador ?”.
“Sì, signore, sono io” - rispose Josè, col viso solcato dalle lacrime.
“E la bambina come sta ?”
Sta bene signor dottore, sta bene, grazie a Dio sta bene !”
Il medico scoprì il viso di Ana Lùcia. Un visino dolce nel sonno di una morte angelica.
“Ma come ?” chiese il medico al padre di Ana Lùcia.
“Signor dottore, mia figlia è in Paradiso!”
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Vostro aff.mo don Gianni

Adriana ha detto...

S. Natale 2001
Carissimi parenti e amici,
....pensando ai mezzi che ricevo costantemente da Voi, devo esprimervi tutta la mia riconoscenza, per la vostra bontà e per la fiducia che mi dimostrate mandando sempre il pane quotidiano da dividere tra i tanti poveri fratelli.
Qui viviamo tutti della Provvidenza Divina: senza nulla in tasca, ma senza mancare di niente, perchè al momento giusto, quello che è necessario, arriva puntualmente e con abbondanza: guardo con tenerezza i miei bambini, venuti dalla strada. Non seminano e non mietono, eppure il Padre li nutre con infinito amore.
Il S.Natale si avvicina quest'anno,con preoccupanti interrogativi: di che cosa saranno capaci gli uomini? Non lo sappiamo, ma sappiamo di che cosa è capace il Signore: Gesù è il Signore del mondo e della storia; se si è fatto uomo come noi, è perchè, sicuramente, non aveva nessuna intenzione di abbandonarci....
Allora guardiamo verso il cielo: Gli angeli ritorneranno a cantare la Pace attesa da millenni e Gesù sarà la nostra pace.
Con gli auguri più affettuosi mando la mia preghiera per tutti voi, ed i baci dei bimbi.
Don Gianni Sacco

Anonimo ha detto...

Carissima Erica,
un caro augurio di un sereno 2008 e un grazie di cuore per avere aperto un blog a coloro che desiderano esprimere la commossa stima nei confronti di DON GIANNI SACCO e di FRANCESCA VISCONTI.
Da Don Gianni, i parenti e amici, anche quest'anno, hanno ricevuto, a Natale, una lettera bellissima, che li informava su come le richieste dei suoi "ultimi", venissero inoltrate con tanta umiltà e grazia.
Essi infatti non chiedevano che il necessario;ciò che può servire per rendere il loro quotidiano meno gravoso: un tavolo,qualche sedia, un carrettino per adagiare un neonato, un conforto spirituale prima di abbandonarsi tra le braccia amorevoli di Dio.
E' una umanità dei tempi per noi passati: piena d'amore e povera di mezzi.
La loro quotidiana realtà commuove e ci ricorda che la ricorrenza del S. Natale è come ogni anno, una concreta opportunità di vivere nella preghiera e nella consapevolezza che non si può essere felici,sapendo che ci sono fratelli che mancano del necessario e che le nostre meschinità e le nostre rivalse, calpestano e impediscono una giusta distribuzione delle risorse.
Con oltre 40 anni di permanenza a Pescador, Don Gianni, sorretto dalla Fede incrollabile in Dio,non si è ancora stancato di essere per gli "ultimi" un faro di Speranza e di Amore, rendendosi strumento nelle mani misericordiose di Dio.
Se ne rendono conto i suoi parenti e amici, che con le costanti preghiere e contributi al "Club di Pescador" Amici di Don Gianni, lo aiutano e aiutano Francesca nella loro missione spirituale e umana
Adriana 06/01/2008

Anonimo ha detto...

Carissima Erica,
è con molto dispiacere che informo,che Don Gianni Sacco è stato accolto dalle amorevoli braccia del Padre il 7 settembre 2008 alle ore 12,00 di Pescador(ore 17 in Italia).
Dal novembre 2006, la Sua salute ha avuto un peggioramento improvviso e così grave da lasciare poche speranze anche ai più ottimisti e a quelli che rifiutavano una sentenza tanto inattesa, quanto crudele.
L'amico Luciano, gli è stato molto vicino, e gli ha promesso di mantenere vivo l'impegno che Don Gianni si era assunto verso i poveri, e gli emarginati....
E' con profondo dolore che mi trovo a subire la Volontà divina: mi rasserena solo il pensiero che si è finalmente rimarginata quella piaga che la gloria di Gesù Risoto tormentava il cuore ferito di Don Gianni Sacco.

Ringrazio per aver accolto queste poche e dolorose righe.
Adriana