domenica 18 aprile 2010

Emergency a Piazza San Giovanni

Si è svolta ieri pomeriggio a Piazza san Giovanni a Roma la manifestazione di Emergency  in solidarietà e a sostegno dei tre volontari operatori della ong arrestati in Afghanistan.
Hanno partecipato più di 50 mila persone - veramente tanta gente per una manifestazione organizzata in soli tre giorni, solo da Emergency, senza l’apporto di partiti politici o sindacati - al grido di " Librateli".
Gino Strada ha dichiarato che  : "La guerra è nemica di tutti" ed ha reso noto che "  l’organizzazione umanitaria sta lavorando «in stretta collaborazione con le Nazioni Unite per risolvere questo brutto pasticcio» grazie all’interessamento particolare dell’inviato dell’Onu in Afghanistan, Staffan De Mistura."
Riguardo al ruolo del governo italiano, Strada ha detto: «Loro fanno il loro lavoro, che non giudico anche perchè non so esattamente quale sia. Noi stiamo facendo il nostro. Sono due cose diverse». Emergency spera solo di avere notizie positive dei suoi tre operatori. «Ma se non saranno liberi entro sabato prossimo ci ritroveremo di nuovo in piazza» ha annunciato la presidente  Cecilia Strada, figlia di Gino, salutando tutti dal palco.

Intanto agli avvocati, che Emergency aveva nominato giorni fa,  è stato impedito di vedere i 3 membri dello staff  arrestati.
Le firme dell'appello nel sito di Emergency sono ormai più di 350 mila e vi sono state anche 11.000 firme di cittadini afghani della valle del Panshir, che  confermano la "reputazione" della ong presso le popolazioni locali.

Un'altra testimonianza molto interessante di ciò che è successo  a Lashkargah la si può leggere per intero qui
Una delle infermiere italiane di Emergency rientrate lo scorso martedì mattina a Kabul da Lashkargah ha raccontato a PeaceReporter i fatti degli ultimi giorni :
"Noi stiamo bene, ma siamo molto preoccupati per la sorte dei nostri colleghi, di cui non sappiamo più nulla" "Non li vediamo da sabato mattina e non sappiamo più niente di loro da quando l'ambasciatore ha potuto incontrarli, domenica. Da allora buio assoluto. Lunedì non hanno concesso all'ambasciatore italiano di rivederli e ad oggi non sappiamo dove siano detenuti. Ci pare allucinante che il nostro governo, che mette tanti soldi e soldati in questo paese, non abbia nemmeno la possibilità di chiedere dove sono rinchiusi tre suoi cittadini! Tutta questa storia è una macchinazione vergognosa, e anche stupida".
"Sabato mattina Marco Garatti doveva partire per Kabul, ma il suo volo è stato cancellato. Dopo pranzo l'amministratore del nostro ospedale ha fatto evacuare tutti noi internazionali dall'ospedale dicendo che c'era un allarme-bomba. Quindi siamo tornati tutti a casa. Dopo un po' l'amministratore ci ha detto che l'allarme era rientrato e che potevano tornare tutti al lavoro. Ma proprio in quel momento ci ha chiamato l'infermiere afgano del pronto soccorso, dicendoci che dei militari erano entrati all'ospedale armi in pugno. Allora sono andati solo Marco, Matteo e Matteo per vedere cosa stava succedendo, e noi cinque siamo rimasti a casa, in attesa di notizie.
A un certo punto ci siamo accorti che sul tetto di casa c'era un poliziotto armato: ci siamo spaventati e ci siamo messi in corridoio, la zona più protetta della casa, e abbiamo cercato di contattare gli altri in ospedale, ma non rispondeva nessuno al telefono. La polizia avevano circondato la casa. Abbiamo chiamato i nostri a Kabul e a Milano per capire cosa stesse accadendo e dopo un quarto d'ora agenti afgani armati, in divisa e in tuta mimetica, sono entrati in casa. Hanno perquisito tutte le nostre stanze, hanno preso radio, computer e hard disc esterni e li hanno messi tutti in una delle camere, che poi hanno chiuso e sigillato con il nastro adesivo, dicendoci di non aprirla: sarebbero tornati l'indomani per controllare il contenuto dei computer. Non ci hanno dato nessuna spiegazione".
".... Intanto l'ambasciatore era arrivato a Lashkargah, ma non è venuto a casa nostra perché a quanto pare non era autorizzato. Un afgano ci ha detto che c'erano delle persone in città che 'manifestavano contro Emergency'. Lo staff locale ci ha informati che l'ospedale era rimasto sotto il controllo della polizia armata afgana che ha chiesto loro di proseguire le attività mediche di routine. Ma non sappiamo se abbiano continuato ad ammettere pazienti. Eravamo sempre più tesi e preoccupati".
" ... Questa mattina, scortati dalla polizia, abbiamo raggiunto l'aeroporto dove ci hanno perquisito come mai era successo, svuotando tutti i nostri bagagli e facendoci anche brutti commenti sui nostri indumenti. E ora siamo qui a Kabul, senza i nostri passaporti, che - a quanto ne sappiamo - sono ancora in mano alle autorità afgane che li hanno prelevati dagli uffici dell'ospedale. Tutto questo è surreale!

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