lunedì 6 aprile 2009

6 aprile 1994, Kigali

La sera del 6 aprile 1994, l’aereo del presidente ruandese Juvénal Habyarimana, di ritorno da Arusha, in Tanzania, dove si erano tenuti negoziati di pace con i ribelli del Fronte patriottico ruandese (a maggioranza tutsi, oggi al potere), venne abbattuto sopra Kigali.
I responsabili dell’attacco non sono stati mai identificati.
Il giorno dopo, il primo ministro hutu moderato, Agathe Uwilingiyimana, dieci caschi blu belgi della Missione di osservazione delle Nazioni Unite (Minuar) e diversi ministri dell’opposizione vennero uccisi.
Cominciarono i massacri su vasta scala.
I tutsi vennero accusati dal governo hutu, allora al potere, di complicità con i ribelli arrivati dall’Uganda, entrati nel nord del Paese a partire dal 1990, e furono preparati elenchi delle persone da uccidere.
Il braccio armato del governo, le milizie hutu Interahamwe e le Forze armate ruandesi massacrarono gli «Inyenzi» (blatte nella lingua kinyarwanda, come venivano definiti i tutsi), gli hutu che si opponevano al partito di Habyarimana e coloro che rifiutavano di partecipare ai massacri.
Nelle strade di Kigali vennero eretti posti di blocco, mentre miliziani e soldati perquisivano le case.
I miliziani Interahamwe, nati come il «movimento dei giovani» del partito di Habyarimana, divennero una vera macchina di morte, con i massacri che si estesero a tutto il paese.
Uomini, donne, bambini vennero sterminati a colpi di machete e fatti a pezzi da granate e mortai nelle strade, nelle case, ma anche nelle chiese e nelle scuole dove cercavano rifugio.
Anche la popolazione, mobilitata dalle autorità e dai mass media, prese parte ai massacri, ai saccheggi e alle sistematiche violazioni.
Il 28 aprile 1994, Medici senza frontiere della sezione belga denunciò che era in atto un vero genocidio
«È l’orrore totale. Siamo nel cuore delle tenebre», disse il portavoce della Croce rossa.
Ma la missione delle Nazioni Unite si rivelò incapace di fermare il bagno di sangue, mentre la comunità internazionale si dimostrò paralizzata sul da farsi.
Inoltre, i caschi blu vennero ridotti da 4.000 a 270 uomini.
Il 4 luglio, il Fronte patriottico ruandese conquistò il controllo di Kigali.
La vittoria dei ribelli diede inizio a sua volta a un esodo di centinaia di migliaia di hutu verso il vicino Congo, mentre la Francia lanciò l’operazione militare-umanitaria Turquoise.
L’8 novembre, le Nazioni Unite crearono un Tribunale penale internazionale per il Ruanda ad Arusha, in Tanzania.
Le prime condanne all’ergastolo arrivarono quattro anni più tardi, ma a 15 anni di distanza sono ancora centinaia i colpevoli di genocidio sfuggiti alla giustizia e riparati all'estero

Sono centinaia i presunti responsabili ancora latitanti.
Molti di loro hanno trovato rifugio in Belgio, Canada, Francia, Kenya e nella Repubblica democratica del Congo (RDC).
Furono almeno 800.000 i tutsi e gli hutu moderati uccisi in meno di 100 giorni, tra aprile e luglio del 1994.
Formalmente ricercati dal Tribunale penale internazionale per il Ruanda, o sospettati dai parenti delle vittime, i ricercati vivono sotto falsa identità o alla luce del giorno, a volte godendo dello status di rifugiato politico.
In fuga davanti all’avanzata delle truppe guidate da Paul Kagame, numerosi miliziani hutu, noti come ’Interahamwe', hanno trovato rifugio nel vicino Congo, subito dopo la fine dei massacri, dove non hanno mai veramente deposto le armi, nonostante le operazioni militari lanciate contro di loro da Kinshasa, di cui l’ultima lo scorso gennaio.
Altri sospetti colpevoli di genocidi hanno preferito lasciare la regione dei Grandi Laghi: per rimanere in Africa, come il presunto tesoriere del genocidio, Felicien Kabuga, che avrebbe trovato rifugio in Kenya, secondo il Tribunale penale internazionale per il Ruanda; o per andare in esilio in Europa o in America settentrionale, in particolare in Belgio e Canada, dove «vivono centinaia di presunti assassini», secondo la Corte ruandese.
Gli autori dei genocidi sono «ovunque» in metropolitana, nelle strade e nei caffè di Bruxelles. In Francia, le famiglie di vittime hanno presentato nel marzo 2008 una denuncia contro Agathe Habyarimana, vedova del presidente ruandese Juvénal Habyarimana, ucciso nell’attentato messo a segno la sera del 6 aprile 1994 contro l’aereo con cui stava rientrando nel Paese e che innescò i massacri.
Secondo il Collettivo delle parti civili per il Ruanda, la signora Habyarimana avrebbe partecipato alla «pianificazione, all’organizzazione e alla direzione del genocidio».
Parigi le ha rifiutato lo status di rifugiato politico, ma la vedova continua ad abitare nell’area parigina senza essere indagata.
Un’altra decina di ruandesi che vivono in Francia sono sotto inchiesta per presunta complicità nel genocidio.
Tuttavia, il governo di Parigi si è opposto all’estradizione a Kigali di tre ruandesi, giudicando insufficienti le garanzie offerte dalla giustizia di Kigali che li ha condannati per il rispetto delle norme internazionali.
Anche la Corte suprema del Canada ha dato parere negativo all’estradizione in Ruanda di Leon Mugesera, ritenuto uno degli «strateghi» del genocidio.
Importante paese di immigrazione, il Canada ospiterebbe 800 sospetti autoeri di genocidi. Ottawa ha ricevuto nel 2007 da Kigali e dall’Interpol una richiesta di estradizione per cinque uomini, ma è rimasta sulla carta.
«Non è una priorità dare la caccia ai genocidari ruandesi», ha commentato René Provost, direttore del Centro per i diritti della persona e per la pluralità giuridica dell’Università McGill.
Tuttavia, è incoraggiante che nel 2007 sia stato portato a giudizio Desire Munyaneza, un hutu accusato di aver guidato una milizia.
Si tratta del primo processo di questo tipo che si è tenuto in Canada, che sarà «un test» perché «a parte l’Europa», pochi Stati fanno lo stesso, sebbene siano oltre un centinaio i Paesi che hanno aderito alla Corte penale internazionale dell’Aia(Cpi), il tribunale permanente chiamato a giudicare i crimini di genocidio.
E, nonostante la lentezza della giustizia, potrebbe segnare «l’inizio di una cultura della giustizia penale internazionale», perchè questo processo incoraggerà «gli Stati a riconoscere come uno dei loro obblighi il dovere di arrestare e giudicare individui che hanno commesso atti di genocidio».

3 commenti:

tommi ha detto...

complimenti per aver ricordato a dovere questa data, questa tragedia, grazie.

ericablogger ha detto...

grazie a te Tommy per il commento!

Fabio ha detto...

Eventi che riguardano tutti e in nessun modo devono essere dimenticati. Una tragedia immane. Un caro saluto, Fabio