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martedì 12 maggio 2020

La Mamma di Silvia Romano

Sono due giorni  che il coronavirus è  finito  in secondo piano perché su tutti i giornali e in TV impazzano le polemiche per la liberazione di Silvia Romano, la giovane cooperante milanese rimasta prigioniera della jiad islamica in Somalia per ben 18 mesi, dopo un rapimento che anche allora provocò polemiche, insulti e quant'altro sui social 
La giovane e  stata liberata con il pagamento  di un riscatto, e già questo è  stato motivo di ire funesta,  ma quello che ha scatenato l'ira  di dio, come si suol dire, è  il fatto che è  tornata vestita come una musulmana ( dopo tutto quel tempo non poteva essere diversamente, no ) e che ha candidamente dichiarato di essersi convertita alla religione  di Maometto e di chiamarsi adesso Aisha, come la terza moglie del suddetto.
Dopo  insulti minacce di morte lettere  e chi più  ne ha più  ne metta, Silvia Romano si è  recata dal capo dell'antiterrorismo di Milano, Alberto Nobili 
Lei ha dichiarato di essere serena, ma la madre, assillata dai giornalisti mentre era uscita un attimo da casa,  ha detto solo una cosa, la stessa che ho pensato io quando ho visto la foto della giovane tutta intabarrata in quel lungo pastrano verde che le ricopriva anche il capo : " Chiunque finisce in quei posti li,  si converte",
Donna saggia, la mamma di Silvia. E posso immaginare l'angoscia di questa famiglia che per mesi non ha avuto notizie della ragazza e poi al suo ritorno si sono ritrovati in mezzo a questa bagarre da circo equestre del solito branco di affezionati insultatori sputa sentenze che devono sempre dire la loro su tutto e su tutti, spargendo veleno e cattiverie a iosa.
La loro felicità  per aver potuto riabbracciare Silvia è  stata sporcata da tutto  quello  che è  successo nelle ore successive  al suo ritorno in Italia.
Sicuramente anche su di lei calerà  l'oblio di stampa e giornali e i frequentatori dei social avranno altre vittime da prendere di mira, ma un'esperienza  simile non è  da augurare a nessuno, ne a chi è  andata sicuramente  in Africa piena di gioia e di speranza convinta di fare del bene ai piccoli del posto, insegnando loro quello che lei aveva appreso in un paese europeo culturalmente avanzato, e che si è  ritrovata nelle mani di fanatici religiosi che non hanno scrupoli di nessun tipo, uomini che in nome di una religione uccidono e sottomettono senza pietà  interi territori occupandoli con le armi e la violenza. Ne tanto meno la famiglia di chi è  stato rapito per tanti mesi, un tempo infinito per chi ha atteso con ansia notizie senza sapere se era ancora viva o se era stata uccisa senza pietà .
Ricordo il rapimento di Giuliana Sgrena,  la giornalista la cui famiglia vive ancora qui in Ossola, e la sua liberazione traumatica in Iraq. Una donna adulta ed esperta tornata provata il cui viso pieno di angoscia e di disperazione non impedí ai soliti di creare un caos di polemiche a non finire. 
La brillante operazione di quella volta fini  nel sangue, mentre questa è stata un successo per il capo di Governo Conte e per Di Maio , che si sono recati entrambi a riceverla all'aeroporto.  
Forse col senno di poi sarà  venuto loro in mente che forse era meglio farla rientrare in sordina, con un silenzio forse ipocrita, ma sicuramente  rassicurante  per lei e per la sua famiglia?
Io penso spesso a padre Dall'Oglio,  scomparso da anni in quel calderone infernale che era  la Siria in guerra, anche lui rapito mentre si dedicava al benessere di chi era in difficoltà,  e di cui non si è  mai più  saputo nulla.
Mentre Quirico, il giornalista di guerra de La Stampa, entrato clandestinamente in Siria,  fu preso e passato di banda in banda fino alla liberazione.  Un uomo fortunato che però  in quell'occasione rischiò  parecchio e subi parecchio. Vide cose inimmaginabili e quando tornò  dichiarò  in una lunga intervista al giornale torinese, per il quale ancora oggi lavora come reporter di guerra, il suo odio per quegli assassini e farabutti che usano la religione mussulmana come scudo per commettere crimini e nefandezze indescrivibili
Questa volta invece ciò  che più  ha scatenato le menti dei soliti è  stato  il fatto che la giovane  Silvia Romano è  tornata  sorridente, apparentemente felice, ben vestita e per nulla sciupata o terrorizzata.
E allora apriti cielo, impiccatela,  arrestatela e tutto il resto del repertorio  becero di un certo mondo di  internet e dintorni
Oggi pomeriggio  io ho accolto il messaggio di Amnesty International  Italia ed ho inviato un breve pensiero a Silvia. Le ho augurato di ritrovare la pace e la tranquillità con la sua famiglia e con chi le vuole bene
E spero il più  presto  possibile perché  non sarà  di certo facile e semplice per lei dimenticare ciò  che le è  successo in Africa, comunque sia andata.
A quell'età si è  ancora giovani e se non si ha un carattere forte, da guerriere,  in un modo o nell'altro si soccombe e si subisce tutto pur di non impazzire, umiliate e calpestate dall'odio di uomini che ci odiano a morte
Perché  siamo europei e cattolici
A questo forse dovrebbero pensare tutti quelli che si sono scagliati contro Silvia e dovrebbero pure riflettere sul fatto che noi europei siamo stati vittime negli ultimi anni  di attacchi terroristici a casa nostra. In Francia, in Inghilterra, in Belgio ....fino al devastante attacco delle Torri gemelle a New York nell'ormai lontano 2001. Menti bacate che ci odiano ed odiano il nostro modo di vivere, odiano noi donne libere intelligenti e non succubi, odiano la nostra religione, ben più  antica della loro, ma con tante analogie , da alcune feste a tanti versetti del Corano, dove si ritrovano pensieri positivi come nella Bibbia di Cristiani ed Ebrei 
 F

sabato 6 maggio 2017

Il Venezuela come il Cile

 
«Mio figlio, Fernando Caballero Galvez, è stato arrestato alle tre del pomeriggio del 6 aprile, e torturato con scariche elettriche. È ancora detenuto con l’accusa di terrorismo, senza essere stato incriminato in tribunale».
Chi fa questa denuncia è il padre di Galvez, Fernando Caballero Arias, che accusa il governo del presidente Maduro di «violare i diritti umani per restare al potere». Lo incontro a una messa per ricordare i caduti delle proteste in Venezuela, organizzata a Las Mercedes dal Foro Penal Venezolano, una ong di avvocati che difendono gratuitamente i detenuti politici. Il foro accusa il regime chavista di torture, e Arias è disposto a metterci la faccia: «Mio figlio ha 29 anni, e frequenta il quinto anno di Economia alla Universidad Central de Venezuela. Il 6 aprile stava partecipando a una marcia, che passava davanti al Centro Comercial El Recreo, quando ha visto una ragazza caduta a terra per i lacrimogeni. Si è fermato ad aiutarla, ed è stato arrestato dalla Guardia Nacional Bolivariana e della polizia». 
Erano le tre del pomeriggio, e da quel momento è cominciato il calvario di Fernando: «Come prima cosa gli hanno rubato tutto, soldi e cellulare. Verso le sette della sera lo hanno portato nella sede del Servicio Bolivariano de Inteligencia Nacional, Sebin, la polizia politica del regime. Lo hanno pestato con i bastoni, frustato con corde bagnate, e poi torturato con le scariche elettriche. Quindi lo hanno incappucciato e rinchiuso in una cella buia di isolamento. Volevano che confessasse di aver commesso reati, e soprattutto di essere stato spinto a farlo dai leader dell’opposizione. Le torture sono continuate fino alle 4 del mattino, quando lo hanno incappucciato di nuovo per portarlo nelle prigioni del Centro de Investigaciones Cientificas Penales y Criminalisticas, dove è ancora detenuto con l’accusa di terrorismo. Il suo caso è stato assegnato al Tribunal 23 de Control de Caracas, ma il giudice incaricato si è ricusato, e quindi è nel limbo. Detenuto, ma senza incriminazione: potrebbe restare così all’infinito. È una situazione angosciante per noi genitori, ma lui non si perde d’animo. Mi ha detto che è determinato a portare il suo caso alle estreme conseguenze». Arias ha deciso di lanciare questa denuncia, con tutti i rischi che comporta, «perché la comunità internazionale deve sapere cosa accade in Venezuela. Una dittatura ha fatto un colpo di stato istituzionale, quando il Tribunale supremo ha esautorato il parlamento, e ora cerca di restare al potere con la repressione». 

Alfredo Romero, direttore esecutivo del Foro Penal, descrive così la situazione: «Nel mese di aprile sono stati fatti 1.668 arresti, e oltre 600 persone sono ancora in carcere senza essere passate in tribunale. Abbiamo ricevuto oltre cento denunce di torture, che ora stiamo investigando: per confermarle in maniera ufficiale richiediamo il certificato del medico forense. Non sarebbe la prima volta, però. Durante la repressione del 2014 ci furono diversi casi, tra cui quello denunciato anche all’Onu di Juan Manuel Carrasco, violentato con una canna di fucile nell’ano». Tra le denunce sotto inchiesta ci sono quella del professore dello stato di Monagas Joel Bellorin, «torturato e poi messo davanti a una telecamera per registrare la confessione. Si è r
ifiutato, e quindi è stato nuovamente brutalizzato. Nello Stato di Merida invece hanno arrestato un quindicenne, di cui non posso fare il nome perché è minorenne, picchiato con i bastoni nello stomaco». 
La repressione sta diventando sempre più brutale: «La Guardia nazionale ormai usa i lacrimogeni per sparare sui dimostranti. Così hanno ucciso Juan Pernalete e ferito Jolita Rodriguez». Le torture più ricorrenti, secondo Romero, sono «le scariche elettriche, le bastonature, le minacce di violenza sessuale, che nel caso delle donne sono costanti». Gli arresti sono diventati selettivi: «Sono andati a prendere a casa un blogger che dava fastidio. Fanno le retate alla fine delle manifestazioni, prendendo anche persone estranee alla protesta, proprio perché sono più impreparate e deboli. Lo scopo è costringerle a confessare, ma soprattutto ad accusare i leader dell’opposizione, così poi vanno ad arrestarli sulla base di queste accuse estorte con la tortura». 
A marzo è stata scoperta anche una fossa comune, nel carcere della Penitenciaria General de Venezuela a San Juan de los Morros: «Non era legata alle proteste, ma dimostra lo stato del sistema. Il governo lascia che le mafie gestiscano le prigioni, e quando si ammazzano tra loro li butta nelle fosse comuni. Speriamo che questi metodi non vengano applicati anche ai detenuti politici». da La Stampa online
 
Ho sempre poco tempo a disposizione ma sfogliando velocemente la pagina online del quotidiano torinese mi sono venuti i brividi a leggere questo articolo. Il Venezuela come il Cile dei desaparecidos di molti anni fa, una dittatura terrificante e barbara che distrusse le vite di tanti giovani uomini e donne che si opponevano al regime militare di allora ed al suo colpo di stato che aveva abolito la democrazia in un paese fino ad allora libero
In Venezuela vivono molti figli nipoti e pronipoti di emigranti italiani che andarono in sud America per trovare un lavoro ed un benessere economico che qui non c'era.
Auguriamoci che la comunità internazionale accolga il messaggio dei venezuelani e cerchi di intervenire per far sì che cessino in fretta le torture e la disperazione dei familiari delle persone ingiustamente imprigionate

lunedì 15 dicembre 2014

Reato di autoriciclaggio

È stato votato al Senato il reato di autoriciclaggio, recependo in toto e senza modifiche il testo approvato alla Camera e posto all’interno del pacchetto sul rientro di capitali.

" L’autoriciclaggio è   legge, ma non risolve quei rischi d’interpretazione segnalati da esperti di settore e da Riparte il futuro che ha raccolto 50 mila firme per chiederne la riforma.
È certamente una buona novità perché si colma un vuoto del codice penale - ha spiegto Enrico Fontana, coordinatore nazionale di Libera - ma si è persa l’occasione di dotare il nostro Paese di una norma chiara e semplice, in linea con le indicazioni contenute nelle direttive europee. Abbiamo invece un lungo articolo che presenta il rischio di equivoci e di problemi di interpretazione, che potranno compromettere l’azione penale”.
Restano diversi dubbi sulla formulazione del neonato 648 ter. Uno dei nodi più preoccupanti è il concetto di “godimento personale” delle somme accumulate illegalmente, approdato definitivamente. Non sarebbero quindi punibili le condotte per cui il denaro, beni o altre utilità vengano destinate “alla mera utilizzazione” o al già detto “godimento personale”. È difficile capire che cosa significhi e per cosa dovrebbero essere  impiegati.
 Alla luce della formulazione votata, non è ancora chiaro quali saranno le condotte per cui l’autoriciclaggio si applicherà, e quali rimarranno fuori. Ci sono infatti due aggettivi che descrivono il dettaglio sulle attività necessarie a trasferire fondi con l’autoriciclaggio, che devono appunto essere “imprenditoriali” e “speculative”, ma non si capisce se servono a dettagliare i tipi di azione o a circoscriverli solamente all’interno dei due vaghi aggettivi. Dall’elenco delle attività rischierebbe di rimaner fuori il caso per cui ci si compra una lussuosa casa (uso personale) ma dopo aver fatto circolare il denaro su fondi di copertura.
E ancora: i tre verbi, “impiegare, sostituire e trasferire”, che raccontano come concretamente si autoriciclano i proventi criminali, sono intesi come tutti contemporaneamente necessari e dimostrabili per applicare la norma?
Inoltre, anche l’espressione “ostacolare concretamente” contenuta nel testo, usata per descrivere l’azione di nascondere la provenienza dei proventi del reato, pare superflua e rischia persino di essere d’inciampo. Non è infatti chiaro cosa si vuole dire con “concretamente”, quasi che si possa nascondere il frutto di un illecito “astrattamente”.
Un problema si pone anche sulle pene: quando l’autoriciclaggio si applica a quei reati “presupposto”, che hanno prodotto i soldi sporchi da ripulire, punibili con una pena sotto a 5 anni (e quindi la maggior parte dei reati di corruzione) non sarà consentito lo strumento delle intercettazioni, fondamentali per contrastare questo tipo di reato.
In sintesi: sarà dura per un giudice distinguere condotte così di dettaglio, senza vedere compromessa la sua attività e senza contare su adeguati strumenti investigativi.
Se si considera poi che questo testo è stato inserito all’interno di una discussa legge sul rientro di capitali, che per molti aspetti assomiglia di fatto a un condono fiscale, sebbene versioni diverse compaiano in disegni di legge tutt’ora in discussione in Parlamento, risulta fin trioppo evidente come il quadro non sia dei migliori.
“Nel balletto attorno alla legge, tirata a volte come una coperta troppo corta da diversi lati - ha concluso Fontana- non è stata ascoltata fino in fondo la voce, raccolta da Libera e rilanciata attraverso Riparte il futuro, di chi ogni giorno si spende per combattere la criminalità economica. Ora il testo è alla prova dei fatti. Speriamo che ci sia la volontà politica di migliorarlo e modificarlo quanto prima”.
Ho trovato in internet questo articolo molto interessante che vale la pena di leggere !

mercoledì 2 ottobre 2013

La democrazia del M5 Stelle

Oggi ho seguito una parte del lungo dibattito a palazzo Madama dove i senatori hanno espresso il loro consenso o dissenso al Governo Letta Alcune ed alcuni di loro si sono espressi con toni alterati e con parole pesanti non certo opportuni ed adeguati ad uno dei luoghi istituzionali che rappresentano il parlamento italiano
Non ho però assistito in diretta al triste spettacolo del gruppo 5 Stelle di Grillo che ha minacciato ed insultato una dei loro dissidenti che si è dichiarata favorevole a sostenere il Governo Letta
«Mentre dichiaravo il mio voto di fiducia a Letta, pur con tutte le mie riserve, ho sentito un gran vociare e ho visto il senatore Castaldi venire verso di me e puntarmi il dito contro. Poi non ho capito più niente...». Paola De Pin, ex Movimento 5 Stelle passata al Gruppo misto ha tremato tenendo tra le mani il foglio del suo discorso, ha pianto, ha ricevuto insulti dai suoi ex colleghi pentastellati («Venduta», «Sei come Scilipoti», «Hai preferito il Palazzo al Movimento»). Ma, più di tutto, si è sfogata. «Mi sono liberata dopo mesi di violenze verbali nei miei confronti. E anche oggi ho avuto la dimostrazione che il Movimento ha fallito, non ammette il dissenso». «Contro chi la pensa diversamente usa il “metodo Boffo” alla stregua degli altri partiti».
«Andare per la quarta volta al voto con l’attuale sistema sarebbe una irresponsabilità senza precedenti», ha detto la De Pin nel suo intervento in Aula, contestando “i vertici” del movimento di Grillo che «con la scusa della fedeltà a un pezzo di carta hanno tradito gli elettori che chiedevano un cambiamento». Subito è stata bagarre. «Non esci di qui – le avrebbe gridato il senatore grillino Gianluca Castaldi – ti devi dimettere». E lei è esplosa a piangere. In sua difesa si sono schierati i vicini senatori del Pd e poi lo stesso Letta le ha espresso parole di «vicinanza». Il presidente dell’Aula Grasso valuterà eventuali provvedimenti. 
«Sono contenta della solidarietà, ma ribadisco che il mio è stato un voto travagliato. È quello che mi chiedeva la gente al supermercato: nessuno voleva tornare al voto già a novembre», racconta la De Pin raggiunta telefonicamente, dopo una riunione pomeridiana della commissione straordinaria per la promozione dei diritti umani di cui è segretaria. «Continuo nel mio lavoro da senatrice - spiega ancora -. Sono contro alla linea dello scontro totale professata da Grillo da quando è entrato in Parlamento. Perché non ha ottenuto niente». Ed è proprio dai giorni delle consultazioni che, secondo la De Pin, è cambiato tutto. «Il principio per cui uno vale uno è saltato. Bisogna seguire la linea dettata dai leader. Ma io l’ho contestata e sono stata oggetto di minacce da parte di David Borrelli, il braccio destro di Grillo in Veneto, che ho querelato». 
 «Appena ho espresso i miei parerei contrari alla linea sono stata oggetto di insulti, mail, telefonate che minacciavano me e i miei famigliari», dice la 49enne madre di due bimbi. Poi la rottura. Datata giugno e in solidarietà ad Adele Gambaro, la senatrice espulsa con rigoroso voto on line. E via di polemiche sulla diaria: «Ho già versato 6 mila euro in beneficenza. E così continuerò a fare con tutti i soldi che non spendo per ragioni di servizio», racconta. Ma aggiunge: «Certo, ora vivo a Roma e ho due collaboratori..». Il suo futuro politico? «Non lo so, per ora ho fondato un’associazione di promozione sociale anche con altri fuoriusciti dal Movimento». Il nome è  : “Stelle Cadenti”.  da La Stampa To
Se questa è la democrazia dei  5Stelle , alla larga ...

mercoledì 27 febbraio 2013

Stéphane Hessel

E' morto a 95 anni  Stéphane Hessel, nato a Berlino il 20 ottobre1917 da una famiglia ebrea, combattente nella Resistenza francese accanto a De Gaulle durante la Seconda guerra mondiale,   catturato nel 1944 dalla Gestapo, deportato nel campo di concentramento di Buchenwald, ed autore di un  libretto “Indignatevi!” (”Indignez vous”), 20 pagine  circa diventate nel 2011 un caso editoriale e politico, che  ispirò  il movimento giovanile degli Indignados e Occupy Wall Street, a cui seguì un altro libro,  “Impegnatevi!” ( Engagez-vous! )
L’intellettuale tedesco, naturalizzato francese, politico, scrittore e diplomatico, nel 1981 fu nominato “Ambasciatore di Francia” da Francois Mitterand.
 Impegnato a favore dei sans-papiers e della causa palestinese, aderì al boicottaggio dei prodotti israeliani e alle accuse di anti-semitismo, rispondeva  così: “Mio padre era ebreo, sono scampato a Buchenwald, le accuse di antisemitismo non mi sfiorano”
  Nei suoi famosi pamphlets ha  lanciato un messaggio ed un'esortazione molto importanti :  Indignatevi! ma attenzione a non accontentarsi  perchè  Accontentarsi è pericoloso, la “relativa felicità” e la “relativa soddisfazione” uccidono l’indignazione
In una intervista dellp scorso anno dichiarò :  «Ho scritto un libro perché avevo la netta sensazione che si stesse camminando nella direzione sbagliata e volevo esortare i giovani a cambiare rotta, a riprendere quella giusta. Riscoprendo i valori della Resistenza che mi hanno formato ...ancora oggi indispensabili perchè quando qualcosa ci indigna come a me ha indignato il nazismo, allora diventiamo militanti, forti e impegnati  ».
Sono i  principi calati, dopo la guerra, nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che Hessel contribuì a scrivere nel 1948 .
Hessel è stato un uomo estremamente interessante in effetti.  Mentre girovagava tra le macerie della guerra, il veterano della Francia libera decise che la vita «restituita» andava impegnata; appena vinse il concorso al ministero degli Esteri, il suo primo incarico fu all’Onuun baluardo del Novecento scaturito dall’ecatombe dei totalitarismi e degli egoismi nazionali.  Per Hessel  « ...  quell’esperienza, assieme alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo, è ancora oggi fondamentale, con i valori che simboleggia. Basta guardare alle cose che stanno accadendo in Nord Africa e in Medio Oriente, alla sete di democrazia che esprimono quei popoli. Dovremmo chiederci piuttosto quanto siano ancora presenti nelle nostre democrazie. Certo, sono valori vecchi, hanno più di 65 anni ma esprimono i bisogni fondamentali: la libertà di espressione, la libertà di stampa, la sicurezza sociale, il diritto alla pensione, alla scuola e all’educazione. Quanto sono ancora presenti nelle nostre democrazie?».
Secondo Hessel inoltre  nelle nostre democrazie europee «...  c’è un problema che riguarda indubbiamente il modo in cui siamo governati. Siamo governati da decenni dalla finanza, da gente che pensa solo ai profitti erodendo diritti e certezze sociali a milioni di persone. L’insoddisfazione è enorme ma siamo ingannati dalla “felicità relativa”»...
Concetti su cui riflettere e la voglia di andare ad acquistare i libbricini di Hessel per saperne di più !

La fine dell'IDV

Dopo i risultati elelttorali , tra tsunami grillini e sorprese berlusconiane, tra risalite dell'uno e discese dell'altro, tra governabilità ed ingovernabilità, e tutto quanto succederà in futuro, un futuro politico difficile ed oscuro, che a me personalmente mette ansia, sono rimasta decisamente colpita dal fatto che un partito, l ' IDV di  Di Pietro, sia letteralmente sparito, imploso grazie alle scelte errate di chi lo ha creato e poi diretto per anni con grinta e notevole aggressività.
Leggendo qua e là nelle notizie politiche del quotidiano La Stampa, ho trovato un'intervista molto interessante ad un politico, ex Idv, Nello Formisano, che parla del suicidio politico di Tonino Di Pietro quando ha deciso di correre con Ingroia
Formisano, appena eletto onorevole del Centro democratico, quattro mesi fa aveva previsto la catastrofe che lunedì pomeriggio ha travolto il partito di Di Pietro. Lui se ne era andato  insieme con il  collega pugliese Pino Pisicchio  e con l’ex portavoce Massimo Donadi  ed aveva trovato un accordo con i centristi di Bruno Tabacci. 
 L'ex dipietrista ha detto al giornalista che  « La linea politica di Tonino era completamente sbagliata. Se penso che l’Idv oggi, se si fosse alleata con Bersani, avrebbe 40 deputati e 20 senatori, mi viene da mettermi le mani nei capelli. Quello che ha fatto Di Pietro è inspiegabile: è come se qualche entità esterna nel ’92 gli avesse suggerito di lasciare la toga e oggi gli avesse detto di fare lo stesso con la politica». 
 « Dopo l’attacco a Napolitano e a Bersani io e Donadi gli ripetemmo fino allo sfinimento che stava facendo un errore clamoroso. Inseguire Grillo era inutile: la gente avrebbe votato l’originale. Con due ex comunisti come Bersani e Vendola come alleati, Di Pietro avrebbe dovuto interpretare l’anima cristiano-cattolica del centro-sinistra. Lo spazio politico era enorme. Rincorrere i massimalisti per farne un duplicato non è mai una strategia vincente». 
«Ha sbagliato i calcoli. Grillo è furbo e dopo le vicende di bassa cucina che hanno toccato Di Pietro s’è guardato bene di sporcarsi l’immagine».
« ....ormai è troppo tardi mandargli un messaggio. L’Idv non esiste più e credo che anche le sue dimissioni da presidente siano tardive. Solo un miracolo potrebbe far resuscitare un partito che oggi conta solo qualche consigliere in Veneto e in Molise».
 
Il Centro democratico  è alleato di Bersani. Formisano consiglia al leader della  coalizione di centrosinistra nei confronti del Movimento 5 Stelle   «La strada del dialogo. Continuo a pensare che con l’ingresso dei Cinque Stelle la qualità politica del nostro Paese migliorerà. Imporranno serietà e saranno un faro etico, proprio come fu l’Idv qualche anno fa. Spero che a livello nazionale si trovi un accordo sul modello siciliano. Il momento è critico e sono sicuro che alla fine i Cinque Stelle voteranno la fiducia al Senato». 
Speriamo che l'onorevole ed il suo ottimismo abbiano ragione alla fine perchè io non sono altrettanto sicura che Grillo aiuterà il paese a venire fuori dalla crisi e dalle incertezze di questi giorni